Blog di Raimondo Schiavone e amici

Il manager che parlava in Excel: Comolli e la Juventus vista da un algoritmo

C’è qualcosa di straordinariamente poetico nel vedere la Juventus, la squadra della passione, della sofferenza domenicale, dei pianti allo stadio e delle urla nei bar, finire nelle mani di un uomo che comunica come un foglio di calcolo. Damien Comolli, direttore generale, cittadino del mondo, madrelingua del linguaggio universale chiamato PowerPoint, governa il club più emotivo d’Italia come se fosse una filiale di una multinazionale di bulloni.
Comolli vive a Torino, lavora in Italia, è pagato in Italia, ma non parla italiano. Non perché non possa. Perché non vuole. È una scelta filosofica: se parli la lingua del Paese in cui lavori rischi di capirlo, e capire porta empatia. Meglio restare in inglese, o meglio ancora nel dialetto universale dei manager: KPI, ROI, performance, cluster, benchmark. Traduzione: nessun essere umano è stato ferito durante questa decisione.
E così la Juventus, che per un secolo è stata una religione laica, una fede tramandata di padre in figlio, una malattia cronica che ti accompagna tutta la vita, viene amministrata come una start-up della Silicon Valley. I tifosi non sono più tifosi, sono “utenti”. Le vittorie non sono più gioie, sono “output”. Le sconfitte non sono più drammi, sono “varianze negative rispetto al modello”.
Comolli non sceglie un giocatore perché “ha fame”, “ha carattere”, “sente la maglia”. No, lui lo sceglie perché un algoritmo ha detto che la sua Expected Goal Chain è superiore del 2,7% alla media del campionato belga. Se Del Piero fosse arrivato oggi, l’algoritmo avrebbe detto: “Troppo romantico, non scalabile”.
Il problema è che la Juventus non è Amazon. Non vende pacchi. Vende sogni. Vende rabbia, riscatto, identità. Vende quella cosa irrazionale che ti fa tifare una squadra anche quando perde, anche quando ti fa soffrire, anche quando ti tradisce. Un algoritmo non sa cos’è una curva Sud che canta sotto la pioggia. Un foglio Excel non capisce perché uno si innamora di una maglia.
Ma Comolli sì che è innamorato. Dell’algoritmo. Di quel meraviglioso oracolo digitale che promette di ridurre il calcio a una scienza esatta. Peccato che il calcio sia l’arte dell’imprevisto. La palla che rimbalza male. Il rigore sbagliato. Il talento che esplode contro ogni previsione. Tutte cose che nessun codice riesce a prevedere, ma che fanno grande una squadra.
E poi c’è quella supponenza tutta tecnocratica, quell’aria da “noi sappiamo, voi tifosi no”. Perché quando non parli la lingua di chi ti circonda, in fondo, non stai solo rinunciando alle parole. Stai rinunciando al loro mondo. Comolli non ascolta la Juventus: la analizza. Non la ama: la misura.
Così la Vecchia Signora, che ha attraversato guerre, tragedie, retrocessioni e rinascite, si ritrova governata da un uomo che crede che il cuore sia un bug del sistema. Ma la Juventus è fatta solo di bug. Di errori, di eccessi, di passioni irrazionali. È fatta di gente che piange per un gol al 90’. E quella, caro Comolli, non è una variabile. È tutto.
Lupin 

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