Blog di Raimondo Schiavone e amici

Il Libano ricorda Nasrallah, vittima dell’attentato sionista

Un anno fa, il Libano e l’intero mondo arabo si svegliavano colpiti da una ferita ancora aperta: l’assassinio vile e codardo di Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, uomo che aveva saputo trasformare un movimento di resistenza in una forza politica e di governo capace di dare voce al popolo libanese e di difendere la sovranità del Paese.

Non si è trattato di un atto isolato, ma di un delitto politico orchestrato da chi, da decenni, semina morte e distruzione nella regione: i terroristi sionisti. Israele, con la sua strategia basata sul terrore e sull’eliminazione fisica dei leader arabi, ha ancora una volta dimostrato che non conosce la via del dialogo né quella del rispetto della vita.

Nasrallah non era solo un uomo politico: era il simbolo di un popolo che non ha mai chinato la testa. Era il volto di una resistenza che ha saputo trasformare la rabbia in organizzazione, la sofferenza in dignità, la lotta in governo. E proprio per questo, per aver dato al Libano una prospettiva di forza e di unità, è stato assassinato.

L’attentato, compiuto con la solita brutalità, ha voluto non soltanto togliere di mezzo un leader, ma anche intimidire un popolo intero. Ma il risultato è stato l’opposto: la sua morte ha cementato la memoria collettiva e rafforzato la convinzione che la lotta contro l’oppressione non può essere fermata dalle bombe né dai droni.

Oggi, a un anno dalla sua scomparsa, il Libano lo ricorda con dolore ma anche con orgoglio. Nasrallah rimane un faro per tutti coloro che credono nella giustizia, nella libertà e nella dignità dei popoli. I mandanti e gli esecutori del vile attentato potranno vantarsi delle loro macchine da guerra, ma resteranno sempre quello che sono: terroristi, assassini senza onore, nemici dell’umanità.

Il Libano, invece, custodisce la memoria del suo leader caduto, trasformando la sua assenza in un’eredità di resistenza. Hassan Nasrallah non è morto: vive nella lotta, nelle coscienze, nelle strade che oggi pronunciano il suo nome come simbolo di una battaglia che non finirà mai.

Raimondo Schiavone

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