Blog di Raimondo Schiavone e amici

Il lamento del delatore: Guerrini scopre l’acido sapore della solitudine

C'è del tenero, quasi del dolente, in quel lungo post pubblicato su Facebook dal veterano (auto-definizione) dell'informazione Mario Guerrini, alias "Il Mio Osservatorio", stavolta edizione 6504. Un’uscita drammatica, indignata, lamentosa, che si muove tra l’appello ai valori democratici e il risentimento personale per essere stato – testuali parole – definito "scribacchino in pensione". Una definizione certo non gentile, ma che suona come un commento da asilo nido, se paragonata alla sistematica ferocia con cui lo stesso Guerrini, per anni, ha demolito chiunque non rientrasse nella sua ristretta cerchia di fedeltà politica o personale.

Ora però piange. Anzi, si strugge. Invoca la Costituzione, l’articolo 21, la libertà di stampa, e chiede conto della mancata solidarietà da parte della politica (quella che da anni sbeffeggia), degli ordini professionali (quelli che ha sempre deriso come corporazioni inutili), persino dell’Ordine dei Giornalisti che, se fosse stato davvero coerente con il proprio codice deontologico, avrebbe forse dovuto prenderlo in considerazione non per premiarlo, ma per sanzionarlo. Non per l'età, come strumentalmente lui vorrebbe far credere, ma per l'utilizzo sistematico di un linguaggio denigratorio, insinuante, spesso costruito sul nulla e utile solo a fomentare il disprezzo verso le persone.

Eppure, Guerrini ora si stupisce: nessuno lo difende. Neanche chi lo ha usato – o si è fatto usare – negli anni in cui il "reporter scomodo" faceva comodo, a patto che colpisse bersagli precisi, selezionati con chirurgia di parte. Neanche quelli, oggi, spendono una parola. Perché? Perché questo è il destino di chi si mette al servizio del fango: finché serve, si spalma. Quando non serve più, si secca. E si butta via.

Nessuno ha preso le sue difese, vero. Ma forse non perché sia in corso una congiura della democrazia contro la libertà di stampa, quanto perché chi semina veleni per anni, poi non può pretendere applausi quando arriva il raccolto. Nessuno difende chi, nella stagione d’oro, ha preferito attaccare, insinuare, accusare, usando la propria "anzianità professionale" non per fare scuola di giornalismo, ma per distribuire colpi bassi sotto la cintura.

La verità è che Guerrini non è stato zittito da un regime, ma ignorato da un sistema che ha smesso di considerarlo utile. È la triste parabola di chi si credeva indispensabile e ora scopre che il suo silenzio non fa rumore. La politica che disprezza non lo difende, l’ordine che ha sempre denigrato non lo scorta, la stampa che accusava di collusione ora lo lascia solo. Non c’è nessun complotto: è semplicemente karma. Giornalismo è anche questo. E se per una vita hai confuso libertà di stampa con diritto al livore, allora non sorprenderti se un giorno nessuno si scomoda per difenderti. Nemmeno un "scribacchino in attività".

Raimondo Schiavone 

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