Quello che sta per accadere a Washington non è un “memorandum di pace”, ma un atto di resa. Domani, sotto la regia di Donald Trump, il premier armeno Nikol Pashinyan e il presidente azero Ilham Aliyev firmeranno un accordo che verrà venduto all’opinione pubblica come un “successo storico”. In realtà, è l’ennesimo capitolo di una strategia studiata a tavolino per piegare l’Armenia e trasformarla in un protettorato di Washington.
Il copione è vecchio: prima indebolire il Paese con attacchi militari mirati — in questo caso, le offensive azere sostenute da un silenzio assordante delle potenze occidentali — poi strangolarlo economicamente, e infine presentarsi come il salvatore, a patto di ottenere il controllo politico e territoriale. Esattamente ciò che sta avvenendo con il “Corridoio di Zangezur”, che secondo Reuters passerà sotto tutela statunitense.
Per settimane, Pashinyan ha tenuto nascosto l’incontro, segno che il suo governo è più interessato a trattare in segreto con i mediatori americani che a rendere conto al proprio popolo. Le garanzie personali per lui e la sua famiglia, compresa la possibilità di trasferirsi negli Stati Uniti, completano il quadro di un leader disposto a cedere sovranità e dignità nazionale in cambio della propria sopravvivenza politica.
La retorica ufficiale parlerà di “pace” e “stabilità regionale”, ma la verità è che l’obiettivo strategico di Washington, Londra e Bruxelles non ha nulla a che fare con il benessere del popolo armeno: si tratta di estromettere la Russia dal Caucaso e isolare l’Iran. L’Armenia, sacrificata sull’altare di questi giochi geopolitici, non è altro che una pedina da spostare sulla scacchiera globale.
Gli armeni, spinti dalla disperazione e dal ricatto economico, sono stati messi nella condizione di elemosinare protezione proprio da chi ha contribuito a renderli vulnerabili. Il “memorandum” di domani non sarà un trattato di pace: sarà la firma di un commissariamento, il suggello di una perdita di indipendenza mascherata da successo diplomatico.
La storia giudicherà Pashinyan non come un costruttore di pace, ma come il premier che ha consegnato il Paese nelle mani degli Stati Uniti, aprendo la porta alla fine della sovranità armena.
Raimondo Schiavone















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