Diciamoci la verità.
Quella andata in scena a Cagliari non è la prova generale di una rivoluzione economica. Non è la nascita di una nuova centralità mediterranea della Sardegna. E non è nemmeno quel miracolo turistico raccontato quotidianamente da una macchina propagandistica ormai fuori controllo.
Questa tappa, questo “allenamento” di barche a vela travestito da evento epocale, rischia di apparire sempre di più come un gigantesco imbroglio costruito sulle spalle dei sardi.
Perché dietro le conferenze stampa, i rendering scintillanti, i video emozionali e le dichiarazioni trionfali resta una realtà molto più misera, molto più provinciale e molto più desolante di quella raccontata nei comunicati ufficiali.
I luoghi allestiti sembrano in alcuni casi la fiera degli accattoni più che la rappresentazione internazionale di una terra moderna e autorevole. Un insieme confuso di scenografie improvvisate, retorica folkloristica e provincialismo mascherato da internazionalizzazione.
Turisti veri praticamente inesistenti, se non quelli che sarebbero arrivati comunque a Cagliari in questo periodo dell’anno. Nessuna invasione internazionale. Nessun boom reale. Nessuna trasformazione economica visibile. Solo una gigantesca operazione narrativa costruita per raccontare ai sardi una favola che i numeri, giorno dopo giorno, stanno lentamente demolendo.
E nel frattempo si invitano persone a trascorrere vacanze a Cagliari utilizzando soldi pubblici, cioè soldi dei sardi. Una dinamica che solleva interrogativi politici enormi e che rende ancora più inquietante il silenzio di buona parte della classe dirigente regionale.
Ma il punto forse ancora più umiliante è un altro.
Perché oltre al costo economico esiste un danno culturale e simbolico che molti fingono di non vedere. In alcune rappresentazioni offerte durante questa operazione-mediatica emerge il peggio della Sardegna: quell’approccio etnico-folkloristico che continua a presentarci al mondo come una curiosità antropologica più che come una società moderna.
È la Sardegna raccontata come villaggio esotico.
Come riserva emozionale del Mediterraneo.
Come luogo dove il turista globale deve venire a osservare “gli indigeni”.
Ed è una immagine devastante.
Perché mentre il mondo corre sull’innovazione, sulla ricerca, sulla tecnologia, sulle infrastrutture e sulla capacità produttiva, noi veniamo ancora impacchettati dentro la caricatura folkloristica buona per gli eventi da cartolina e per i turisti in cerca di emozioni primitive.
Ecco cosa siamo diventati: il parco giochi del mondo.
Un luogo che non pretende rispetto ma attenzione folkloristica.
Una terra che invece di valorizzare competenze, industria, ricerca e modernità viene continuamente ridotta a rappresentazione etnica per compiacere uno sguardo esterno paternalistico e superficiale.
Da sardo c’è sinceramente da vergognarsi.
Perché questa non è valorizzazione dell’identità. È la commercializzazione più degradante della nostra identità.
Nel frattempo la politica applaude, si fotografa, sorride e tace. Destra e sinistra unite nella stessa genuflessione permanente davanti a qualunque operazione venga definita “internazionale”, anche quando appare evidente la sproporzione tra la propaganda raccontata e la realtà concreta.
E allora la domanda diventa inevitabile: chi sta davvero guadagnando da tutta questa operazione? Sicuramente non i sardi comuni. Sicuramente non il tessuto economico reale dell’isola. Sicuramente non quella parte di Sardegna che ogni giorno combatte con trasporti inefficienti, giovani che emigrano, imprese isolate e infrastrutture insufficienti.
Per questo la Procura dovrebbe intervenire e fare piena chiarezza su quello che appare sempre meno come un semplice evento sportivo e sempre più come un colossale imbroglio costruito attorno ai soldi pubblici, alla propaganda istituzionale e a un sistema politico-mediatico che sembra incapace persino di porsi le domande più elementari.
Perché qui non è in gioco soltanto una manifestazione velica.
Qui è in gioco la dignità della Sardegna.
Raimondo Schiavone















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