C'era una volta un mondo che aveva bisogno urgente di essere salvato. Come in tutti i momenti di crisi, qualcuno propose di organizzare una riunione. E come in tutte le riunioni, non fu deciso nulla — ma questa volta, almeno, ci fu catering.
I. La convocazione
Il messaggio arrivò simultaneamente su sette telefoni diversi, in sette fusi orari diversi, con sette reazioni diverse.
Trump lo ricevette alle tre di notte, ora di Washington, e twittò immediatamente: «Ottima idea. È stata mia.»
Netanyahu lo lesse di mattina, lo ignorò per quaranta minuti, poi rispose: «Vengo, ma non mangio niente di quello che portano gli altri.»
Putin aprì il messaggio, ci pensò su cinque secondi, e non rispose. Mandò però il suo assistente a prenotare un posto.
Xi Jinping convocò una riunione del Politburo per decidere se partecipare alla riunione.
I nanetti del Golfo — così erano stati battezzati nei corridoi diplomatici, con affetto misto a sufficienza — si consultarono tra loro via WhatsApp in un gruppo chiamato «🛢️💰Affari Nostri🛢️💰» e risposero tutti sì entro trenta secondi.
Zelensky rispose: «Sì, ma non vengo in aereo. Troppo rischioso. Manda qualcuno a prendermi con un carro armato.»
I giullari di Bruxelles mandarono tre email, due comunicati stampa e una nota verbale per confermare la propria partecipazione, aggiungendo che avrebbero portato una proposta di risoluzione già redatta in ventiquattro lingue.
II. Il luogo
Il vertice si tenne a Ginevra, naturalmente. Ginevra è il posto dove si tengono i vertici quando non si sa dove tenerli. Ha l'aria condizionata, molti alberghi a cinque stelle, e una tradizione di neutralità talmente consolidata che la città stessa sembra non avere opinioni su nulla, nemmeno sul tempo.
La sala scelta era quella grande, quella con le sedie imbottite e il tavolo ovale. Il tavolo ovale era importante: nessuno doveva essere «a capotavola», perché questo avrebbe implicato una gerarchia, e la gerarchia avrebbe implicato che qualcuno comandasse, e questo era esattamente il problema da risolvere.
Trump arrivò per primo — mezz'ora in anticipo, con una delegazione di dodici persone, di cui tre si occupavano esclusivamente di assicurarsi che la sua sedia fosse leggermente più alta delle altre.
Putin arrivò esattamente in orario. Entrò in silenzio, si sedette, e cominciò a fissare Trump con l'espressione di chi sta calcolando qualcosa.
Xi Jinping arrivò con una delegazione di quaranta persone. Venti erano diplomatici, venti erano fotografi. Le foto dovevano documentare che Xi era seduto esattamente al centro della sala, anche se la geometria ovale rendeva questo geometricamente impossibile.
Netanyahu arrivò in ritardo di venti minuti, con un'aria da chi è arrivato in anticipo e ha dovuto aspettare. Controllò il buffet, annusò qualcosa, e si spostò all'altro capo.
Zelensky arrivò in felpa. Era la sua quarta felpa della settimana — una diversa per ogni vertice internazionale, ciascuna con una piccola bandiera ucraina ricamata sul petto. I servizi segreti americani avevano già catalogato quarantadue felpe nel suo guardaroba. Si sedette con l'aria di chi ha dormito poco e ha ragione.
I nanetti del Golfo arrivarono tutti insieme, in un minivan diplomatico, e occuparono tre sedie consecutive con la compattezza di chi sa che la forza è nell'unione.
I giullari di Bruxelles arrivarono ultimi, scusandosi profusamente, e distribuirono a tutti una cartellina con trecentodieci pagine di documentazione preparatoria.
Nessuno aprì la cartellina.
III. L'ordine del giorno
Il presidente di turno — una figura amministrativa svizzera di nome Hans che avrebbe preferito trovarsi altrove — aprì la seduta annunciando i tre punti all'ordine del giorno:
Uno: la situazione geopolitica globale.
Due: le proposte per stabilizzarla.
Tre: il pranzo.
«Comincerei dal punto tre», disse Trump.
«Il punto uno è prioritario», disse Xi, che aveva già distribuito ai presenti un documento di quaranta pagine intitolato «Verso una governance condivisa del disordine multipolare: prospettive e sfide».
Putin disse: «Dipende.»
«Da cosa?» chiese Hans.
«Da chi paga il catering.»
Ci fu un momento di silenzio. Poi uno dei nanetti del Golfo alzò la mano e disse che pagavano loro. Tutti annuirono, e si passò al punto uno.
IV. La situazione geopolitica globale
Trump aprì con una presentazione in PowerPoint di tre slide. La prima conteneva una foto di lui, la seconda una mappa del mondo con degli asterischi rossi sopra i paesi che «stavano sbagliando tutto», la terza una freccia che puntava verso l'alto con scritto «AMERICA».
«Il problema», disse Trump, «è che tutti fanno le cose nel modo sbagliato. Il modo giusto è quello che dico io. Ho studiato tantissimo. Forse più di chiunque altro in questa stanza.»
Zelensky alzò la mano. «Io ho studiato legge.»
«Anch'io ho studiato business», disse Trump. «È più utile.»
Putin bevve un sorso d'acqua senza dire niente. Il suo consigliere prese nota.
Xi Jinping illustrò la sua visione in quarantacinque minuti esatti. Era una visione complessa, articolata, storicamente fondata e geopoliticamente sofisticata. Quando finì, Trump disse: «Molto bello. Ma l'America è più grande.»
Netanyahu chiese quando si mangiava.
I giullari di Bruxelles presentarono la loro proposta di risoluzione. Era intitolata «Verso un quadro di riferimento per il dialogo inclusivo sui meccanismi di stabilizzazione sistemica». La parola «verso» appariva ventisette volte. La parola «soluzione» non appariva mai.
«Avete scritto trenta pagine per non dire niente», osservò Zelensky.
«Trentasei», corresse educatamente il capo delegazione europeo. «E diciamo qualcosa. Diciamo che bisogna parlarne.»
«Siamo qui per parlarne», disse Zelensky.
«Appunto», disse il capo delegazione europeo, con l'aria soddisfatta di chi ha dimostrato un punto importante.
V. Le proposte
Si passò alle proposte concrete.
Trump propose di mettere dazi su tutto. «I dazi risolvono ogni problema», spiegò. «Hai un problema? Dazio. Hai due problemi? Due dazi. Matematica semplice.»
«E se il problema è che stai perdendo una guerra?» chiese Zelensky.
«Dazio sulle pallottole.»
Putin propose una moratoria generale su tutto, a condizione che tutti riconoscessero le posizioni acquisite. Non specificò quali posizioni. Quando gli fu chiesto, disse: «Quelle che abbiamo acquisito.» Ci fu un silenzio eloquente.
Xi Jinping propose un piano quinquennale condiviso, da elaborare in una commissione tecnica mista, da sottoporre a un comitato di supervisione, da ratificare in un'assemblea plenaria. La timeline stimata era di tre anni e mezzo. «E nel frattempo?» chiese Zelensky. Xi considerò la domanda. «Nel frattempo si continua.»
Netanyahu propose una soluzione «chirurgica», senza specificare cosa si dovesse operare. Quando gli fu chiesto di precisare, disse che i dettagli erano riservati per ragioni di sicurezza nazionale.
I nanetti del Golfo proposero di investire in qualcosa. Erano flessibili sul cosa. L'importante era investire.
Zelensky propose di smettere di proporre e di fare qualcosa. «Qualcosa di concreto. Qualcosa che funzioni. Qualcosa adesso.» Ci fu un lungo silenzio. Poi Trump disse che era un'ottima idea e che l'aveva avuta anche lui.
I giullari di Bruxelles proposero di istituire un gruppo di lavoro per valutare le proposte emerse. La proposta fu approvata all'unanimità, perché approvare la creazione di un gruppo di lavoro è l'unica cosa su cui tutti riescono sempre a mettersi d'accordo.
VI. L'incidente del dessert
Il pranzo fu, paradossalmente, il momento di maggiore tensione.
Tutto filò liscio fino al dessert: una selezione di dolci internazionali che includeva baklava, cheesecake, tiramisù e una torta al cioccolato svizzera a forma di globo terrestre, con le frontiere disegnate in glassa bianca.
Il problema fu che nessuno era d'accordo su dove fossero le frontiere.
«Questo pezzo è mio», disse Putin, indicando una fetta che includeva diversi paesi dell'Europa orientale.
«Quella parte lì», disse Netanyahu, puntando il cucchiaio su una zona del Medio Oriente in glassa gialla, «è storicamente, geograficamente e teologicamente mia.»
«Tutto il settore indo-pacifico», disse Xi con calma assoluta, «è una questione di sovranità territoriale che non ammette interferenze esterne.»
Trump prese direttamente la torta, ne tagliò metà, e disse: «Questa è l'America. Il resto potete dividerlo voi.» Poi aggiunse: «E comunque ho inventato io le torte al cioccolato.»
Zelensky guardò la scena, poi guardò il suo piatto vuoto, e disse: «Io volevo solo il tiramisù.»
I nanetti del Golfo ordinarono tre torte aggiuntive, pagate da loro, e la crisi fu risolta.
I giullari di Bruxelles redassero immediatamente una nota diplomatica sull'«incidente dolciario», che fu archiviata in attesa di una posizione comune.
VII. Il comunicato finale
Dopo sei ore di negoziati, il vertice si concluse con un comunicato congiunto di due paragrafi.
Il primo paragrafo diceva che i partecipanti si erano incontrati in uno spirito di dialogo costruttivo e avevano discusso le sfide globali con franchezza e determinazione.
Il secondo paragrafo diceva che i partecipanti si erano impegnati a tenersi in contatto.
Zelensky lesse il comunicato, lo piegò con cura, e lo mise in tasca. «Per ricordarmi», disse, «di non venire al prossimo.»
Putin lesse il comunicato, annuì impercettibilmente, e disse: «Soddisfacente.» Nessuno capì cosa fosse soddisfacente.
Trump twittò che era stato il miglior vertice della storia, forse il migliore di sempre, sicuramente il migliore nella storia di Ginevra. Allegò una foto in cui era seduto leggermente più in alto degli altri.
Xi Jinping tornò in aereo, convocò una riunione del Politburo per analizzare i risultati del vertice, e fece preparare un documento di sessanta pagine.
Netanyahu sparì prima della foto di gruppo. Qualcuno disse di averlo visto dirigersi verso l'uscita di servizio. Il suo portavoce dichiarò che era stato «un vertice di successo».
I nanetti del Golfo pagarono il conto — tavola, alloggi, catering e spese accessorie — e tornarono a casa con la soddisfazione silenziosa di chi sa che, alla fine, è sempre quello che paga a contare davvero.
I giullari di Bruxelles restarono altri due giorni per redigere il verbale.
Epilogo
Il mondo, che aveva aspettato con una certa speranza i risultati del vertice, apprese del comunicato finale attraverso i canali ufficiali.
Lo lesse. Ci pensò su.
Poi continuò ad andare avanti come prima — che, del resto, era quello che aveva sempre fatto.
Perché il mondo, a differenza dei suoi leader, ha una virtù fondamentale: non ha tempo per le riunioni.
Filippo Palazzi















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