Roberto Benigni torna in scena, stavolta da Bruno Vespa, e come sempre indossa il costume che gli riesce meglio: quello del giullare di Stato. Applaudito, coccolato, riverito. L’uomo chiamato a raccontare la Storia ai sudditi, purché la Storia sia quella giusta. Quella addomesticata. Quella che non disturba il potere.
Si proclama “europeista estremista” e parla dell’Europa come dell’ultimo sogno rimasto. Peccato che il suo sia un sogno selettivo, con amnesie gravi e omissioni strategiche. Un sogno costruito su una narrazione falsa, o quantomeno mutilata.
Benigni è lo stesso che anni fa ci ha raccontato Auschwitz “liberata dagli americani”, riscrivendo la storia davanti a milioni di italiani, cancellando l’Armata Rossa, cancellando l’URSS, cancellando la verità storica per renderla più digeribile all’alleato di turno. Un errore? No. Un atto politico. Gravissimo. Perché quando un artista modifica la Storia in prima serata, non è più arte: è propaganda.
E oggi insiste.
Dice che l’Europa ci ha garantito 80 anni di pace. Ottant’anni. Davvero?
Qualcuno avvisi Belgrado.
Qualcuno avvisi i serbi bombardati nel 1999 sotto le bombe della NATO, senza mandato ONU, con l’Italia complice e le basi aperte.
Qualcuno avvisi i civili, i ponti, le televisioni colpite, le “bombe intelligenti” cadute su una capitale europea.
Quella non era guerra, Benigni?
O non rientra nella favola?
E oggi?
L’Ucraina non è in Europa?
Il conflitto più sanguinoso sul suolo europeo dalla Seconda guerra mondiale non conta?
Le armi, le escalation, la retorica bellicista di una classe dirigente europea che parla ormai solo il linguaggio della guerra preventiva, del riarmo, dello scontro permanente… tutto questo dov’è nel tuo monologo zuccheroso?
Benigni parla di pace mentre legittima un’Europa che ha smesso di essere progetto politico ed è diventata apparato militare e subalterno geopolitico. Un’Europa che non media, non costruisce, non dialoga. Un’Europa che segue, obbedisce, arma.
E lui applaude.
Critica il nazionalismo ma tace sul fanatismo europeista di cartone, quello che giustifica qualsiasi cosa purché marchiata UE. Quello che scambia la pace con la deterrenza armata, la democrazia con i regolamenti, la libertà con l’allineamento.
Il problema non è Benigni artista. Il problema è Benigni funzionale al potere. Il cantore ufficiale. Il comico che non fa più ridere ma rassicura. Che non disturba mai davvero. Che non nomina mai i morti sbagliati, le guerre sbagliate, i responsabili sbagliati.
Un giullare, appunto.
Di corte.
Pagato in applausi, prime serate e santificazioni mediatiche.
Che pena vedere la cultura ridotta a strumento di legittimazione, la memoria trasformata in spettacolo, la Storia piegata al presente politico.
Non è Europa, questa.
È ipocrisia travestita da sogno.
Raimondo Schiavone















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