C’è qualcosa di profondamente malato nell’informazione italiana quando, nel giro di poche ore, una dichiarazione interessata diventa una “notizia certa”. Basta che Benjamin Netanyahu parli di “segnali” e metà delle redazioni trasformano l’ipotesi in necrologio.
Così, senza uno straccio di conferma indipendente, senza un comunicato ufficiale di Teheran, senza una verifica incrociata, l' Ayatollah Ali Khamenei viene dato per morto. Titoli, push notification, analisi geopolitiche già pronte. L’anatomia di un decesso costruito su dichiarazioni di parte.
Nel frattempo, il governo italiano invita alla prudenza e sottolinea l’assenza di conferme ufficiali. Ma questo dettaglio, per molti commentatori, sembra secondario. Conta di più l’allineamento istintivo, la ripetizione acritica, la rincorsa alla narrativa del momento.
È il solito riflesso pavloviano: se lo dice Tel Aviv, si pubblica. Se è funzionale a un certo asse politico, si amplifica. Se mancano prove? Poco importa. L’importante è stare nel flusso, non restarne fuori.
Noi no.
Noi attendiamo fonti vere, verifiche reali, conferme ufficiali. Perché la morte di un capo di Stato non è un tweet, non è una velina, non è un desiderio politico. È un fatto. E i fatti, prima di essere proclamati, si dimostrano.
Raimondo Schiavone












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