Blog di Raimondo Schiavone e amici

Il giardino del potere: Cuba, l’ipocrisia occidentale e l’ombra di Epstein

C’è una linea sottile, ma chiarissima, tra la politica di potenza e la degenerazione morale. E quella linea, oggi, è stata superata senza alcuna esitazione.
Cuba non è solo un’isola. È stata, nel bene e nel male, un simbolo. Un’idea. Un sogno di autodeterminazione che per decenni ha resistito a embargo, isolamento, pressione economica e guerra psicologica. Un sogno che non si è piegato, ma che è stato lentamente strangolato. Non con i carri armati, ma con strumenti più subdoli: sanzioni, ricatti, fame programmata.
E oggi, di fronte a un popolo stremato, qualcuno pensa anche di potersi permettere il lusso dell’umiliazione finale.
Perché non basta aver ridotto un Paese in ginocchio. Non basta aver trasformato la sopravvivenza quotidiana in una lotta. Serve anche il cinismo. Serve anche la narrazione tossica di chi, dopo aver distrutto, pretende di riscrivere la storia come se fosse liberazione.
È qui che emerge il lato più oscuro. Perché quando il potere perde ogni freno etico, quando si sente intoccabile, iniziano a riaffiorare fantasmi che non dovrebbero mai esistere. Il caso Epstein non è stato solo uno scandalo giudiziario: è stato uno squarcio su un sistema di relazioni, complicità e silenzi che coinvolgeva pezzi dell’élite globale. Un sistema in cui abuso, denaro e potere si intrecciavano senza vergogna.
E allora il parallelo diventa inevitabile.
Quando un modello di dominio si consolida, quando chi comanda non teme conseguenze, il rischio non è solo economico o geopolitico. È morale. È umano. È il rischio che territori, popoli, persone diventino oggetti. Spazi da utilizzare. Corpi da sfruttare. Diritti da ignorare.
Non è una provocazione. È una deriva.
Quando si arriva a immaginare interi Paesi come “giardini” del potere — luoghi dove tutto è consentito perché il controllo è totale — allora non siamo più nella geopolitica: siamo nella barbarie organizzata.
E il mondo, paradossalmente, applaude.
Applaude chi parla di ordine mentre semina caos.
Applaude chi invoca libertà mentre strangola economie.
Applaude chi si presenta come salvatore mentre contribuisce a distruggere ciò che resta.
Donald Trump — e con lui una certa idea di leadership — viene raccontato come l’uomo che “rimette le cose a posto”. Ma quale ordine è questo? Quello in cui i sogni dei popoli vengono spezzati perché non funzionali agli interessi di pochi? Quello in cui la sofferenza diventa leva negoziale? Quello in cui le contraddizioni morali vengono nascoste sotto il tappeto della propaganda?
Se questo è l’ordine, allora è un ordine malato.
Perché ogni volta che un popolo viene ridotto allo stremo, ogni volta che si legittima un sistema di dominio senza limiti, si apre la porta a qualcosa di molto più pericoloso: l’idea che tutto sia permesso.
E quando tutto è permesso, la storia ci insegna che il passo verso l’abuso — di potere, di diritti, di persone — è breve. Troppo breve.
Cuba oggi non è solo una questione geopolitica. È uno specchio.
E quello che riflette non è il fallimento di un’isola.
È il fallimento di un sistema che ha smesso di porsi limiti.
Raimondo Schiavone 

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