C’è un paradosso che attraversa l’Europa come una nebbia densa e persistente: mentre le decisioni che incidono direttamente sulla nostra vita quotidiana vengono prese nei parlamenti nazionali, l’attenzione collettiva è ipnotizzata da ciò che accade altrove, soprattutto oltreoceano. È un riflesso ormai automatico. L’“altrove” è diventato più importante dell’“hic et nunc”. Le cronache politiche interne scivolano sul fondo delle homepage, mentre ogni dichiarazione, processo, provocazione di Donald Trump diventa un evento globale, totalizzante, capace di oscurare tutto il resto.
Il meccanismo è semplice e perverso. I media non ci dicono cosa pensare, ma su cosa concentrare lo sguardo. E quando quello sguardo viene costantemente catturato da un unico attore, tutto il resto perde definizione. Le riforme fiscali, i tagli alla sanità, le scelte industriali, le deroghe ambientali diventano rumore di fondo. Passano senza dibattito, senza conflitto, senza memoria. Intanto, milioni di cittadini sanno tutto delle vicende giudiziarie americane, ma ignorano quali leggi siano state approvate nel proprio Paese nell’ultimo anno.
Non è solo una questione di quantità di notizie, ma di egemonia culturale. Trump funziona perché offre un racconto elementare, binario, emotivo: io contro loro, il popolo contro le élite, la forza contro la decadenza. È uno storytelling che parla anche agli europei, perché intercetta paure reali – globalizzazione, perdita di status, crisi identitaria – e le proietta su un palcoscenico più grande, più rumoroso, più spettacolare. Così, mentre discutiamo di muri, dazi e complotti americani, accettiamo senza quasi accorgercene che a casa nostra il potere si concentri, il Parlamento venga aggirato, le decisioni si prendano per decreto e in orari strategicamente invisibili.
Nel frattempo, accade di tutto. In Italia si accumulano provvedimenti d’urgenza che non vengono convertiti, svuotando il ruolo delle Camere. In Francia si sperimentano scorciatoie fiscali che riducono il controllo democratico. In Germania si rinviano obiettivi di bilancio aprendo a nuovo debito senza un vero confronto pubblico. Sui diritti civili e sull’ambiente, le scelte più sensibili passano spesso in sordina, sepolte sotto valanghe di breaking news importate. È la politica dell’ombra: mentre tutti guardano il fumo che sale dalla casa del vicino, qualcuno riorganizza silenziosamente la nostra.
Il costo di questa distrazione è alto. Democraticamente, perché un cittadino che non vede non controlla, e un potere che non è controllato smette di sentirsi vincolato. Economicamente, perché le lobby prosperano quando i riflettori sono spenti e infilano norme decisive in testi tecnici senza opposizione. Geopoliticamente, perché un’Europa che pensa se stessa solo attraverso categorie altrui finisce per giudicare le proprie scelte con metriche che non le appartengono, rinunciando a qualsiasi autonomia narrativa e strategica.
E allora viene da chiedersi: a chi conviene tutto questo fumo? Alle piattaforme, che vivono di engagement e sanno che un post su Trump vale dieci volte uno sul bilancio europeo. Ai partiti populisti, che prosperano su un elettorato disinformato sui fatti interni. Anche ai governi cosiddetti responsabili, che possono far passare scelte impopolari senza pagare un prezzo immediato. E infine a potenze esterne, ben consapevoli che un’Europa distratta è un’Europa più fragile.
Uscire da questa spirale non è facile, ma è necessario. Non si tratta di censurare le notizie estere o di fingere che ciò che accade negli Stati Uniti non ci riguardi. Si tratta di rimettere in ordine le priorità, di tornare a chiederci, ogni giorno, cosa sta succedendo qui, ora, mentre tutti parlano d’altro. Serve un giornalismo che torni a faticare sui dati, sui testi di legge, sui bilanci. Servono cittadini meno tifosi e più curiosi, capaci di interrompere il flusso e domandare: “Va bene, ma nel frattempo il mio governo cosa sta facendo?”.
Il fumo trumpiano non è solo un eccesso mediatico, è il sintomo di un’Europa che ha smesso di raccontarsi. Abbiamo delegato per troppo tempo ad altri la narrazione delle nostre paure e delle nostre crisi. Ora quel racconto è diventato incendiario, e rischiamo di restare intossicati mentre qualcuno decide, al riparo dalla distrazione generale, cosa sacrificare: diritti, welfare, ambiente. Spegnere il fumo è un atto di igiene democratica. Farlo in fretta è una questione di sopravvivenza politica.
Raimondo Schiavone















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