Blog di Raimondo Schiavone e amici

Il dissenso e il prezzo del silenzio

Un tempo si eliminava il dissenso con la forza bruta della coercizione. Poi si è scoperto che quel metodo, per quanto brutale, era paradossalmente inefficiente: il dissenso represso produce martiri, alimenta la ribellione, genera eroi che la storia poi consacra. Così è stato concepito un dispositivo infinitamente più raffinato, quasi elegante nella sua perfidia: lasciar parlare chiunque, a condizione che nessuno nutra più il desiderio di ascoltarlo.
È questa, a ben vedere, la vera rivoluzione del nostro tempo. Non abitiamo più l'epoca della censura dichiarata e manifesta, ma quella, ben più insidiosa, della delegittimazione preventiva. Non conta più ciò che l'uomo dice, ma ciò che gli altri riusciranno ad attribuirgli. Il dibattito viene sostituito dall'etichetta, l'argomentazione dalla squalifica morale, il confronto dialettico dall'isolamento sociale. Si tratta di una sostituzione silenziosa, quasi impercettibile, che priva il linguaggio della sua funzione originaria: quella di essere strumento di verità e non arma di esclusione.
Chi dissente raramente viene confutato nel merito. Viene, piuttosto, classificato, incasellato, archiviato sotto una voce che ne esaurisce preventivamente il significato. Se critica una guerra, diventa filoputiniano o filoterrorista. Se mette in discussione una narrazione dominante, è tacciato di complottismo. Se pone una domanda scomoda, viene bollato come pericoloso. L'obiettivo non è più dimostrare che ha torto — operazione che richiederebbe fatica intellettuale e onestà — ma persuadere la collettività che non valga la pena di ascoltarlo. È una forma di assassinio simbolico che non necessita di sangue: gli basta il silenzio degli altri.
Ma la delegittimazione simbolica, quando non basta, si accompagna spesso a una più concreta strategia di logoramento: silenziare chi dissente colpendone il lavoro, le imprese, il sostentamento. Non si proibisce più a nessuno di pensare diversamente; si rende semplicemente insostenibile farlo. Contratti che improvvisamente sfumano, collaborazioni che si interrompono senza spiegazione, progetti professionali che incontrano ostacoli inspiegabili proprio quando la voce di chi li conduce si è fatta scomoda: sono le forme più discrete, e per questo più efficaci, della censura contemporanea. Non si tratta di editti né di divieti formali, ma di un cordone sanitario economico che si stringe silenziosamente attorno a chi osa distinguersi. L'intraprendenza professionale diventa così ostaggio dell'ortodossia intellettuale: chi si permette il lusso del pensiero autonomo scopre, spesso a proprie spese, che la libertà di espressione ha un prezzo che si paga in fatture non pagate, in porte chiuse, in inviti mai arrivati. È una repressione senza mandanti riconoscibili, diffusa e capillare come un'atmosfera, che non ha bisogno di un tribunale perché il mercato stesso, opportunamente orientato, si incarica della sentenza.
È questo, forse, il più grande impoverimento culturale della nostra epoca. Perché il dissenso non serve a garantire sempre ragione a chi lo esercita: serve a costringere la verità a difendersi, a misurarsi con l'obiezione, a non dare mai per acquisita la propria legittimità. Una verità che non tollera il contraddittorio cessa di essere verità e degrada a dogma, ovvero a quella forma di certezza che non ha più bisogno di dimostrarsi perché ha smesso di essere messa alla prova.
Le grandi conquiste dell'umanità sono nate da qualcuno che ha avuto il coraggio di affermare: "Non sono d'accordo". La scienza vive di confutazioni, la filosofia si nutre di dubbi, la democrazia respira attraverso il confronto. Eliminare il dissenso significa spegnere il motore stesso del progresso. Una società in cui tutti concordano non è una società evoluta: è una società immobile, pietrificata nella propria autoreferenzialità.
Il paradosso è che oggi ci definiamo più aperti, più inclusivi, più democratici che mai. Eppure tolleriamo sempre meno chi pensa diversamente da noi. Abbiamo trasformato il pluralismo in una parola da esibire come vessillo, e l'uniformità in una pratica quotidiana da imporre come norma. Ci riempiamo la bocca di libertà di espressione, a condizione che l'espressione coincida perfettamente con ciò che riteniamo accettabile: una libertà, dunque, che si concede solo a chi non ne ha davvero bisogno.
Anche la tecnologia contribuisce a questa deriva. Gli algoritmi imparano ad assecondarci, a mostrarci ciò che ci piace, a confermare quanto già crediamo. Perfino l'intelligenza artificiale rischia di trasformarsi in uno specchio che riflette le nostre convinzioni anziché metterle alla prova. Ma il problema non risiede nella macchina: risiede nel fatto che abbiamo smesso di desiderare interlocutori capaci di contraddirci. Preferiamo avere ragione piuttosto che comprendere, e questa preferenza, apparentemente innocua, è la radice profonda di ogni conformismo.
Così il dissenso viene lentamente trasfigurato in un comportamento socialmente sconveniente. Non è proibito: semplicemente, costa troppo. Costa amicizie, opportunità, reputazione, talvolta il pane quotidiano. E quando il prezzo del pensiero libero supera quello del silenzio, la maggioranza sceglie inevitabilmente di tacere, non per viltà, ma per un calcolo di sopravvivenza che la società stessa le impone.
È proprio questo il punto più inquietante. La libertà non muore quando viene proibita: muore quando diventa inutile esercitarla, quando il suo costo eccede ogni beneficio percepibile.
Forse dovremmo ricominciare da una consapevolezza elementare: chi ci contraddice non è necessariamente un nemico. Potrebbe essere l'ultima occasione che ci resta per evitare di trasformare le nostre convinzioni in certezze assolute. Perché una società che perde il gusto del dissenso non conquista la pace: conquista soltanto un silenzio artificiale, ordinato, rassicurante. Il silenzio dei pensieri che non hanno più il coraggio di nascere.
Raimondo Schiavone 
Ps: ne parlo nel mio libro Politicamente scorretto, l'equazione dell'ipocrisia moderna.

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