Blog di Raimondo Schiavone e amici

IL DIALOGO VINCE DOVE LE BOMBE FALLISCONO

Lo avevamo detto. Lo avevamo sostenuto quando farlo era impopolare. Lo avevamo ribadito quando il clima generale sembrava premiare soltanto il linguaggio della forza, della contrapposizione permanente e della demonizzazione reciproca. Lo avevamo affermato a Cagliari, durante il nostro Meeting del Mediterraneo, mentre attorno a noi non mancavano sarcasmi, accuse e persino tentativi di delegittimazione da parte di quei perbenisti dell'atlantismo domenicale che, con la sicurezza di chi non paga mai il prezzo delle proprie parole, ritenevano che la pace potesse nascere dall'accumulo delle armi e dall'escalation militare.
Oggi, invece, i fatti impongono una riflessione.
L'accordo raggiunto tra Iran e Stati Uniti non rappresenta certamente la soluzione definitiva di una delle più complesse crisi geopolitiche del nostro tempo. Nessuno può ragionevolmente sostenerlo. Le diffidenze restano, gli interessi divergono permangono e le tensioni accumulate in decenni di conflitti non svaniscono per effetto di una firma o di una dichiarazione congiunta.
Eppure esiste una verità che nessuno può cancellare: il dialogo ha ottenuto ciò che le bombe non erano riuscite a ottenere.
Si tratta di una base iniziale, di un primo gradino, forse persino fragile. Ma è un gradino che conduce verso la pace e non verso nuovi cimiteri. È un sentiero che porta alla diplomazia e non all'ennesima spirale di vendette, rappresaglie e distruzioni.
Nella storia dell'umanità tutte le guerre finiscono allo stesso modo: attorno a un tavolo. Gli eserciti possono conquistare territori, abbattere infrastrutture e seminare paura. Non possono però costruire una convivenza duratura. Non possono generare fiducia. Non possono trasformare il nemico in interlocutore.
Per questo motivo appare singolare osservare come coloro che per settimane hanno irriso ogni richiamo al confronto oggi si trovino costretti ad applaudire ciò che fino a ieri consideravano una manifestazione di debolezza. Improvvisamente il negoziato diventa una virtù. Improvvisamente la diplomazia torna ad essere uno strumento nobile. Improvvisamente il dialogo non è più una colpa.
La verità è che il dialogo non è mai stato una resa. È l'atto di coraggio più difficile. Perché richiede ascolto. Richiede intelligenza. Richiede la capacità di comprendere le ragioni dell'altro senza necessariamente condividerle. Richiede quella maturità politica e culturale che troppo spesso viene sacrificata sull'altare della propaganda.
Il Mediterraneo, che da millenni è crocevia di civiltà, dovrebbe insegnarci proprio questo. Le culture crescono quando si incontrano. Le nazioni prosperano quando costruiscono ponti. Gli uomini migliorano quando scelgono di conoscersi anziché combattersi.
A Cagliari avevamo sostenuto esattamente questo principio. Non per ingenuità. Non per simpatia verso una parte o contro un'altra. Ma per una convinzione semplice e antica quanto la storia stessa dell'uomo: nessuna pace nasce dall'umiliazione permanente del nemico, mentre ogni pace nasce dall'apertura di un canale di comunicazione.
L'accordo tra Iran e Stati Uniti non risolve tutto. Sarebbe irresponsabile affermarlo. Ma dimostra che la strada giusta non passa attraverso il fragore delle esplosioni bensì attraverso il suono, infinitamente meno spettacolare ma infinitamente più utile, delle parole.
E se oggi la guerra si è fermata, anche solo per un momento, non è stato grazie alle bombe.
È stato grazie a qualcuno che ha deciso di sedersi e ascoltare.
Raimondo Schiavone 

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