Come sempre, quando i riflettori si spengono e le telecamere dei network occidentali puntano altrove, riemerge la verità. E stavolta prende forma nella regione drusa di Al Suwayda, in Siria, dove il sipario si alza su una carneficina silenziosa: quella compiuta dai jihadisti di Al Jolani (il solito Al Shara travestito da “moderato”), contro famiglie intere colpevoli solo di professare una fede diversa. Drusi massacrati, donne sgozzate, bambini crivellati mentre tentano la fuga. E come sempre, nessuna breaking news, nessun servizio d’apertura. Perché quei tagliagole sono – ricordiamolo bene – i “liberatori” scelti e finanziati da quell’Occidente che pretende di dettare la linea morale al mondo intero.
Nel cuore di questa tragedia si muove il grande burattinaio: Israele. Dietro la finta retorica dell’aiuto ai “fratelli drusi”, Tel Aviv ha in realtà ripreso il suo vecchio sogno: il Corridoio di David. Altro che sostegno umanitario: si tratta dell’ennesimo progetto espansionista cucito su misura per soddisfare l’ambizione di uno Stato etnico e confessionale che vuole ridisegnare la mappa del Medio Oriente. Il piano è chiaro e già operativo: creare una zona cuscinetto che va dal Golan fino a nord-est, passando per Al Suwayda, Daraa, Quneitra e poi giù fino alla base americana di Et-Tanf. Un corridoio strategico che tagli la Siria dal resto del mondo arabo, separandola dall’Iraq e dalla Giordania, e che allo stesso tempo consenta l’accesso ai pozzi petroliferi curdi nel nord.
Il paradosso è tragicamente limpido: mentre Tel Aviv mette la sua stella di David sul municipio di Al Suwayda, i drusi israeliani combattono fianco a fianco con gli stessi jihadisti che hanno massacrato i loro correligionari. Ma non è un controsenso: è geopolitica. L’unico credo che conta è quello del potere, e tutto il resto – fede, identità, storia – può essere sacrificato per una pipeline o un accordo segreto con Washington.
Perché sì, gli americani ci sono eccome. A loro interessa solo una cosa: continuare a rubare il petrolio siriano. Che il greggio passi per la Turchia o per Israele, fa poca differenza: l’importante è che non arrivi mai a Damasco. Le tribù beduine, la cosiddetta “opposizione moderata”, le forze curde: tutte pedine di uno scacchiere dove i veri obiettivi sono il controllo delle risorse e la destabilizzazione permanente del territorio.
E infatti lo scenario è già scritto: la Siria come nuova Libia. Cinque, sei staterelli fantoccio, tutti in guerra fra loro, tutti dipendenti da un qualche padrino straniero, con la benedizione delle democrazie occidentali che predicano pace e seminano caos. Il sogno unitario della Repubblica Araba Siriana non è più. Resta solo un mosaico di conflitti congelati, etnie armate e territori “protetti”.
Nel frattempo, la Russia, che aveva puntato tutto su Assad, guarda impotente da Latakia. Finché non chiude la partita in Ucraina, il Cremlino non potrà fare altro che presidiare la costa e difendere l’area alawita. Ma tornerà, come tornerà l’Iran. Il Medio Oriente è una partita che nessuno vuole mollare.
E noi? Noi, in Europa, continuiamo a ingoiare la propaganda made in Tel Aviv e Langley. Continuiamo a chiamare “terroristi” gli sciiti e “liberatori” i salafiti. Continuiamo a finanziare guerre sporche, a legittimare golpe silenziosi, a coprire massacri come quelli di Al Suwayda, perché i nostri alleati ce lo chiedono. In nome della democrazia, ovviamente. Una democrazia che puzza di sangue, petrolio e ipocrisia.
E intanto i drusi muoiono. Muoiono i cristiani, muoiono gli alawiti, muoiono i siriani veri. Ma i giornali tacciono. I TG ignorano. Gli intellettuali voltano lo sguardo. Perché non sono morti che servono. Non sono morti utili. E allora non esistono.















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