Il Brasile ha formalizzato la propria decisione di unirsi al procedimento intentato dal Sudafrica contro Israele presso la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ), in merito alle presunte violazioni della Convenzione sul genocidio del 1948, in relazione alle operazioni militari condotte nella Striscia di Gaza. Una scelta forte, netta, che allinea il gigante sudamericano con altri Paesi del cosiddetto Sud globale, in una sempre più evidente frattura con le potenze occidentali.
Il governo brasiliano ha motivato la propria adesione con parole pesanti, parlando apertamente di “profonda indignazione” per quanto subito dalla popolazione civile palestinese. La nota ufficiale del Ministero degli Esteri ha anche condannato l’uso della forza per modificare confini e status territoriali, toccando il nervo scoperto dell’occupazione israeliana. Immediata la reazione delle associazioni filoisraeliane in Brasile, che hanno definito la decisione un “atto di ostilità” e un tradimento dei legami storici con lo Stato ebraico. Ma Lula non indietreggia. E anzi rilancia, collocandosi senza esitazioni tra quei leader mondiali che scelgono di non restare in silenzio di fronte alla tragedia palestinese.
Il contesto internazionale, d’altronde, sta rapidamente mutando. Non è solo il Brasile: anche Spagna, Colombia, Turchia e altri Paesi hanno assunto posizioni apertamente critiche verso Israele. Lula da Silva, consapevole del peso geopolitico che il Brasile può esercitare, gioca la sua partita sul piano multilaterale. È un leader navigato, che conosce i meccanismi della diplomazia globale e che oggi, nel pieno della sua presidenza del gruppo BRICS, agisce con lucidità strategica. Non è più l’outsider latinoamericano guardato con sospetto a Davos. È un interlocutore maturo, credibile, rispettato.
La scelta di affiancare il Sudafrica nella causa all’Aia ha un valore morale, ma anche profondamente politico. Lula sta cercando di costruire un ordine internazionale più giusto, dove le regole valgano anche per chi ha sempre pensato di potersi sottrarre alla giustizia. È una sfida ambiziosa, certo, ma che ha già prodotto effetti concreti: il Brasile, dopo lo scontro diretto con Washington sulla questione dei dazi, ha visto aumentare il consenso interno proprio grazie a queste prese di posizione indipendenti. Oggi Lula non si piega né a Trump né a Netanyahu. Dialoga con Pechino, con Nuova Delhi, ma mantiene rapporti anche con l’Europa. La sua visione multipolare del mondo prende forma.
Il Brasile cresce, non solo economicamente ma anche come coscienza politica. In un’epoca dominata da silenzi codardi e ambiguità morali, la scelta di aderire alla causa del Sudafrica rappresenta un atto di coraggio e di civiltà. Lula si conferma non solo il leader naturale del Sudamerica, ma uno dei pochi veri statisti rimasti nel panorama internazionale. Un uomo capace di guidare un grande Paese con coerenza, visione e senso di giustizia.
Raimondo Schiavone















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