Gaza trasformata in business mentre l’Italia scodinzola
C’è qualcosa di profondamente osceno nella retorica della “pace” quando nasce tra i velluti di Washington, sotto i riflettori e con la regia di chi della guerra ha fatto un metodo e del business una religione. Il cosiddetto Board of Peace, benedetto da Donald Trump e applaudito da Antonio Tajani, non appare come un laboratorio diplomatico ma come un salotto geopolitico dove si spartiscono macerie, appalti e consenso internazionale.
Dietro la parola “ricostruzione” si nasconde spesso una verità meno nobile: la trasformazione della tragedia in opportunità economica. Gaza, distrutta da mesi di bombardamenti, diventa così un gigantesco cantiere globale dove la sofferenza del popolo palestinese rischia di essere monetizzata, ingegnerizzata e redistribuita tra governi, fondazioni, multinazionali e apparati militari travestiti da umanitari.
Non è la prima volta nella storia che la guerra prepara il terreno al profitto. Ma qui il salto è qualitativo: non siamo davanti alla ricostruzione dopo la pace, bensì alla pianificazione del business mentre la pace è ancora una parola lontana. È la geopolitica dell’appalto preventivo, la diplomazia della rendita, il capitalismo delle rovine.
In questo contesto l’Italia sceglie un ruolo imbarazzante. Non protagonista, non mediatrice, non coscienza critica dell’Europa. Ma presenza simbolica, quasi ornamentale, in un consesso che ha più il sapore del club privato che dell’organismo multilaterale. L’immagine di Tajani “osservatore” tra leader e sponsor internazionali restituisce la fotografia di un Paese che ha smarrito la propria autonomia strategica e si accontenta di stare in platea, pur di non disturbare il manovratore.
Il problema non è esserci. Il problema è come e perché esserci.
Se la pace è una cornice per affari, la diplomazia diventa marketing. Se la ricostruzione è guidata dagli stessi attori che hanno alimentato il conflitto, la parola “pace” si svuota e diventa slogan.
C’è poi un nodo etico che l’Occidente continua a rimuovere: la ricostruzione di Gaza non può prescindere dal riconoscimento pieno della dignità politica, culturale e nazionale del popolo palestinese. Senza questo passaggio, ogni progetto infrastrutturale è solo maquillage geopolitico. Si ricostruiscono palazzi, non diritti. Strade, non libertà. Porti, non futuro.
Il rischio è evidente: Gaza trasformata in zona economica speciale del dolore, laboratorio di sicurezza permanente, territorio controllato dove la vita quotidiana diventa subordinata a logiche di sorveglianza, dipendenza economica e gestione esterna. Una sorta di protettorato umanitario che perpetua il conflitto con strumenti più sofisticati.
In questo scenario, la postura italiana appare ancora più fragile. La Prima Repubblica, con tutti i suoi limiti, aveva coltivato una tradizione mediterranea autonoma, capace di dialogare con il mondo arabo e di mantenere un equilibrio tra alleanze e dignità nazionale. Oggi quella postura sembra dissolta. L’Italia non media, non propone, non guida. Osserva e approva. Scodinzola, direbbero i più severi.
Eppure il Mediterraneo dovrebbe essere il nostro spazio naturale di politica estera, non il palcoscenico dove recitare ruoli scritti altrove. Gaza non è una questione lontana: è il simbolo di un equilibrio regionale che riguarda direttamente sicurezza, migrazioni, economia e identità culturale dell’Europa meridionale.
Il Board of Peace, così come presentato, rischia di rappresentare l’ennesimo paradosso del nostro tempo: la pace gestita come progetto imprenditoriale, la diplomazia come brand, la tragedia come occasione di investimento. Una narrazione che offende non solo i palestinesi ma l’idea stessa di comunità internazionale.
La pace vera non nasce nei boardroom ma nei processi politici inclusivi. Non si costruisce con i cappellini celebrativi ma con il riconoscimento reciproco, il diritto internazionale e la fine dell’asimmetria tra occupante e occupato. Tutto il resto è storytelling geopolitico.
E allora la domanda resta sospesa, semplice e brutale:
stiamo assistendo alla costruzione della pace o alla privatizzazione della tragedia?
Se la risposta è la seconda, la vergogna non sarà solo di chi organizza questi club globali, ma anche di chi vi partecipa senza avere il coraggio di dire che la pace non è un affare. È un diritto. E quando diventa business, qualcuno – sempre gli stessi – paga il conto con la propria storia, la propria terra e la propria vita.
Raimondo Schiavone












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