Blog di Raimondo Schiavone e amici

Il 3% e la paura di restare fuori

C’è una serie brasiliana di qualche anno fa, 3%, che racconta una società divisa in due: pochi privilegiati vivono in un luogo perfetto, ordinato, prospero. Tutti gli altri restano in una terra povera, sospesi in una speranza. Per accedere al “mondo migliore” bisogna superare una selezione spietata. Solo il 3% ce la fa.
La chiamano meritocrazia.
Ma la domanda vera è un’altra: chi decide cosa significa meritare?
Non serve conoscere la serie per capirne il cuore. Basta aver provato, almeno una volta, la sensazione di essere valutati non per ciò che sei, ma per ciò che rappresenti in un certo momento. Non per quello che hai fatto, ma per ciò che potrebbe far paura.
In questi giorni ho sentito qualcosa di simile.
Non una condanna, non un’accusa.
Ma quella forma sottile di distanza che nasce quando diventi “rischio”. Quando qualcuno, con tono educato, ti spiega che è meglio così. Che le policy, il contesto, la prudenza suggeriscono un passo indietro.
Non sei escluso perché colpevole.
Sei escluso perché scomodo.
Ed è qui che la parola meritocrazia si incrina.
Perché una società davvero meritocratica aspetta i fatti. Non le impressioni. Non il rumore. Non la paura.
La paura è il vero motore delle esclusioni moderne.
Non si manifesta con urla o attacchi frontali. Si presenta con prudenza, con formalità, con il linguaggio neutro delle decisioni “tecniche”. È una paura elegante, istituzionale. Ma resta paura.
E allora capisci che il confine tra progresso e ingiustizia è sottilissimo.
Il progresso autentico è quello che sa reggere la complessità, che non si spaventa al primo scossone, che distingue tra un percorso in corso e una verità accertata. L’ingiustizia, invece, nasce quando il sistema si protegge prima ancora di capire.
Non mi sento dentro o fuori un’isola privilegiata.
Mi sento semplicemente parte di una società che deve scegliere ogni giorno se funzionare per coraggio o per timore.
Se c’è una cosa che questa fase mi sta insegnando è proprio questa: la differenza tra chi valuta e chi giudica. Tra chi aspetta e chi si ritrae. Tra chi crede nel lavoro e chi crede nella distanza.
La serie parla di un 3%.
Io oggi penso al restante 97%.
A tutti quelli che continuano a lavorare, a lottare, a rimboccarsi le maniche non perché qualcuno li abbia selezionati, ma perché la vita non offre alternative.
Non so in quale percentuale mi collochi il sistema.
So soltanto che continuerò a stare dalla parte di chi non ha paura di affrontare la realtà senza trasformarla in un pretesto.
Perché il vero progresso non è scegliere i pochi.
È non avere paura dei molti.
Raimondo Schiavone 

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