Blog di Raimondo Schiavone e amici

I professionisti dello scandalo e la Sardegna che non deve mai crescere

C’è una costante, in Sardegna, che ormai rasenta la patologia collettiva: ogni volta che si prova a fare qualcosa di grande, di strutturale, di finalmente moderno, scatta l’allarme morale. Le sirene dello scandalo. I sacerdoti della purezza. I custodi autoproclamati dei valori.
Sempre gli stessi. Sempre pronti a gridare al tradimento, alla svendita, alla profanazione.
È accaduto ancora una volta con la vicenda del nuovo stadio di Cagliari e con il nome di Gigi Riva, tirato dentro come un santino da agitare, come una reliquia da brandire per fermare qualsiasi ragionamento serio sul rapporto tra pubblico e privato, sugli investimenti, sui modelli di sostenibilità economica.
Come se un’infrastruttura moderna si costruisse con le mozioni votate all’unanimità.
Come se i progetti si realizzassero per grazia ricevuta.
Come se i soldi non servissero. Come se il rischio fosse una bestemmia.
Qui entra in scena la categoria più dannosa che questa isola abbia mai prodotto: i professionisti dello scandalo.
Quelli che vedono il male ovunque.
Quelli per cui il privato è sempre un nemico, tranne quando serve a loro.
Quelli che vivono di indignazione permanente, ma non hanno mai prodotto una sola soluzione praticabile.
Uno dei simboli di questo atteggiamento è Paolo Maninchedda.
Un uomo che, quando si cimentava direttamente con la politica e con il potere, accusava gli altri esattamente delle stesse cose che oggi denuncia con toni da inquisitore.
Con una differenza sostanziale:
lui si considera portatore sano di interessi, mentre gli altri sarebbero tutti appestati, infetti, colpevoli per definizione di interesse privato.
È una postura ipocrita.
Ed è soprattutto una postura distruttiva.
Perché il punto non è difendere i simboli.
Il punto è usarli contro il futuro.
È prendere un nome gigantesco come quello di Riva e trasformarlo in un alibi per non decidere, per non costruire, per non rischiare.
E qui va detto con chiarezza, senza infingimenti e senza retorica:
Gigi Riva quello stadio, moderno, pieno, vivo, per il suo Cagliari, lo avrebbe voluto eccome. Perché Riva non era un feticcio da conservare sotto vetro, ma un uomo che sapeva che senza futuro non esiste nemmeno la memoria.
La verità, che dà fastidio a molti, è semplice e brutale:
i grandi progetti non nascono immacolati.
Nascono da compromessi.
Nascono da equilibri complessi.
Nascono da accordi tra pubblico e privato.
Nascono dal “mettersi le mani in pasta”, non dal tenerle pulite mentre tutto intorno marcisce.
Il problema non è se un privato investe.
Il problema è se la politica è capace di governare quell’investimento.
Ma governare significa decidere, assumersi responsabilità, esporsi. Tutte cose che i distruttori di progresso non sanno fare, perché è più comodo stare sugli spalti a fischiare che scendere in campo a giocare la partita.
E allora si usa Riva.
Si usa la memoria.
Si usa l’emotività.
Non per rispetto, ma per congelare il presente e impedire il futuro.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti:
una Sardegna che fatica a crescere, che si avvita su se stessa, che scambia il declino per coerenza morale.
Una delle regioni con più degrado culturale, politico, sociale, educativo e intellettuale d’Europa.
Non per colpa di chi prova a fare, ma per colpa di chi vive sabotando.
La Sardegna non ha bisogno di nuovi moralisti da tastiera o da editoriale.
Ha bisogno di costruttori.
E soprattutto ha bisogno di liberarsi di chi, da anni, scambia il blocco per virtù, il no per identità e il fallimento per purezza.
Raimondo Schiavone 

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