Ci sono momenti in cui un presidente smette di parlare il linguaggio felpato della diplomazia e sceglie quello, crudo, della verità. Gustavo Petro lo ha fatto. E per questo viene attaccato, ridicolizzato, isolato. Perché ha osato dire ciò che molti sanno e pochi hanno il coraggio di pronunciare.
Nel corso di un intervento pubblico, il presidente colombiano ha dichiarato testualmente:
“Un clan di pedofili vuole distruggere la democrazia in Colombia. È duro dirlo? Sì. Ma questa è la realtà.
E per impedire che una certa lista venga resa pubblica, allora ci inviano navi da guerra, arrivano a uccidere i pescatori di questa città e a minacciare il paese vicino, che lo si definisca dittatura o no.
Come può il popolo colombiano applaudire l’invasione del proprio fratello? Perché non è un presidente quello che si colpisce, è il popolo del Venezuela.”
Parole pesantissime. Parole che spiegano perché Petro venga immediatamente etichettato come “eccessivo”, “complottista”, “pericoloso”. È il solito copione: chi mette in discussione il potere reale viene screditato, non smentito. Perché smentire richiederebbe spiegazioni, documenti, verità.
Petro non parla solo della Colombia. Parla di un meccanismo globale. Di un sistema che usa la retorica dei “diritti umani”, della “democrazia esportata”, della “lotta ai regimi” per coprire interessi geopolitici, militari ed economici. E quando il presidente colombiano cita il Venezuela, lo fa per rompere un’altra ipocrisia colossale.
Il Venezuela non è il problema: è il pretesto.
È il laboratorio permanente della propaganda occidentale. Un paese demonizzato da anni, strangolato da sanzioni, isolato mediaticamente, trasformato nel “mostro” utile a giustificare qualsiasi aggressione. Sempre in nome della libertà. Sempre contro un “dittatore” di turno. Mai contro un popolo.
Petro fa una cosa imperdonabile per l’ordine dominante: difende il principio di fratellanza tra i popoli latinoamericani. Dice chiaramente che non si può applaudire l’invasione, la minaccia militare, l’umiliazione di un paese vicino solo perché qualcuno, a Washington o nei salotti occidentali, ha deciso che è il nuovo nemico.
Questo è il punto che spaventa davvero. Non la frase sul “clan di pedofili”, ma il fatto che un presidente dica apertamente che la guerra morale è una messinscena, che dietro c’è altro, che il Venezuela è solo l’ennesimo tassello di una strategia di dominio.
Gustavo Petro non è un santo. Non è infallibile. Ma in questo passaggio storico rappresenta una voce di rottura, una voce che rifiuta di piegarsi alla narrazione obbligatoria. E per questo merita sostegno politico e culturale.
Difendere Petro oggi significa difendere un’idea semplice e rivoluzionaria:
che l’America Latina non debba più chiedere il permesso per esistere,
che il Venezuela non debba più essere il capro espiatorio del mondo,
che la democrazia non si esporta con le navi da guerra.
E soprattutto significa ricordare che la verità, quando fa male, viene sempre accusata di essere eccessiva. Ma resta verità.
Raimondo Schiavone














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