Mario Guerrini, nel suo ultimo “osservatorio numerato”, ha pensato bene di infilare nella sua narrazione i sei giovani giornalisti palestinesi uccisi a Gaza. Erano lì per raccontare il genocidio, l’oppressione quotidiana, la distruzione sistematica di un popolo. Un missile israeliano voleva eliminare Anas Al Sharif, leader popolarissimo della troupe, e con lui ha portato via altri cinque ragazzi coraggiosi. Sapevano di rischiare e non si sono tirati indietro. Questa è la stoffa del giornalismo vero: essere presenti dove il potere vorrebbe il silenzio.
Ma Guerrini, dalla sua postazione climatizzata, prende questa tragedia e la piega alla sua solita retorica da cortile, mescolando i caduti di Gaza con le sue personali crociate sulle querele e le mafie “in astratto”. Così un sacrificio autentico diventa un pretesto per auto-incensarsi. No, Guerrini, non ti permettere di sporcare la memoria di chi muore davvero per raccontare la verità.
In Italia, il giornalismo mainstream è ormai un’industria di propaganda: lettori compulsivi di veline scritte da uffici stampa, governi e ambasciate. Nel caso di Gaza, le veline arrivano spesso già confezionate in chiave filo-sionista, con il linguaggio calibrato per spostare l’attenzione, per criminalizzare chi racconta e umanizzare chi bombarda. E tu, Guerrini, non ti sei mai alzato in piedi per denunciare questo meccanismo. Non ti sei mai schierato a difesa di quei pochi giornalisti italiani – veri, scomodi, isolati – che ogni giorno pagano in denunce, minacce e isolamento la loro scelta di non essere complici.
Anzi, la tua penna è sempre stata comoda e obbediente, puntata verso chi ti viene indicato, mai verso il vero centro del potere. Tu parli di mafia come se la conoscessi. Ma la mafia in Sardegna, oggi, non è fatta di lupare e coppole: è la mafia dell’ipocrisia. È un sistema trasversale di protezioni, silenzi, connivenze, che vive negli uffici pubblici e nelle redazioni addomesticate. È quella macchina che difendi, direttamente o indirettamente, ogni volta che eviti di nominarla.
E, già che parli di mafia, ricordiamolo: quando c’è stata la mafia che sparava a Bari Sardo – unico caso conclamato di associazione mafiosa in Sardegna – tu occupavi le stanze della RAI e al massimo ti occupavi di pugilato. Anche in quella occasione sono caduti martiri, ma la tua penna non si è mai sporcata per raccontarli davvero.
Non mettere sullo stesso piano i martiri della resistenza palestinese con la tua quotidiana partita di ping pong con la tastiera. Loro hanno raccolto immagini sotto i bombardamenti, hanno respirato polvere e sangue. Tu raccogli impressioni da corridoio e le rivendi come verità. Loro avevano telecamere che documentavano un crimine contro l’umanità, tu hai un computer che sputa inchiostro digitale contro chi ti è antipatico, sempre restando all’ombra di un potere che ti è amico.
E sai qual è la verità, Guerrini? Che nel confronto con quei giornalisti veri, tu sei l’equivalente di un megafono rotto in una piazza vuota. Loro parlano e il mondo ascolta. Tu scrivi e, al massimo, ti risponde l’eco del tuo stesso narcisismo. Non potresti neanche allacciargli le scarpe, perché tra chi muore per la libertà e chi vive per compiacere il potere c’è un abisso. E tu, da quell’abisso, guardi in alto solo per capire a chi devi rendere conto.
Raimondo Schiavone















e poi scegli l'opzione