Blog di Raimondo Schiavone e amici

Guardare nel piatto degli altri

Guardare nel piatto degli altri è una delle abitudini più diffuse e meno dichiarate del tempo che viviamo. Una pratica silenziosa, apparentemente innocua, che nei luoghi piccoli diventa sistema, metodo, perfino cultura. Qui non è un vizio marginale: è un riflesso automatico. Si guarda, si valuta, si commenta. Sempre.
Ne scrivo in prima persona perché in una regione come la nostra non esistono zone franche. Ci conosciamo quasi tutti. I percorsi professionali non fanno in tempo a nascere che sono già sotto osservazione. Le scelte di lavoro diventano oggetto di discussione pubblica prima ancora di produrre risultati. Ogni passo viene seguito, ogni deviazione annotata.
Il lavoro, in questo contesto, non è più un fatto personale. Diventa un piatto esposto. Lo si osserva per capire se è pieno o vuoto, se è troppo o troppo poco, se è “giusto” o sospetto. Nessuno guarda la fatica. Nessuno guarda il rischio. Nessuno guarda il tempo necessario a costruire qualcosa che stia in piedi. Si guarda solo ciò che appare, e lo si giudica.
È un atteggiamento che non nasce dalla curiosità, ma da un disagio più profondo. Guardare nel piatto degli altri serve a evitare una domanda più scomoda: cosa sto facendo io del mio? È più facile contare le porzioni altrui che misurare il proprio percorso. Più semplice ridimensionare chi prova a fare qualcosa che interrogarsi sul proprio immobilismo.
Nei luoghi piccoli questo meccanismo produce danni concreti. Il lavoro diventa esposizione permanente. Il cambiamento viene vissuto come una minaccia. Chi tenta strade nuove viene osservato con sospetto, chi riesce viene subito messo in discussione. È un modo efficace per frenare tutto: idee, iniziative, possibilità.
Ma non riguarda solo il lavoro. Riguarda la vita intera. Le relazioni, le scelte personali, le rinunce, persino i silenzi. Tutto deve essere spiegato. Tutto deve essere interpretato. Tutto deve passare al vaglio di un’opinione collettiva che non costruisce nulla, ma consuma molto.
Questo non è controllo sociale virtuoso. È pigrizia morale. È la rinuncia a guardarsi dentro, sostituita dall’osservazione ossessiva degli altri. È il bisogno di sentirsi al sicuro abbassando chi prova a salire, o semplicemente a camminare altrove.
Una comunità che vive così non cresce. Si chiude. Si ripiega. Diventa ostile a ciò che non conosce e diffidente verso chi non resta fermo. E alla lunga paga un prezzo alto: perde energie, perde visione, perde futuro.
Forse il vero atto sovversivo, oggi, in un luogo piccolo, è questo: smettere di guardare nel piatto degli altri. Occuparsi del proprio lavoro, della propria fatica, della propria strada. Accettare che non tutti i percorsi siano uguali, né debbano esserlo.
Perché il lavoro non è una vetrina.
La vita non è una competizione a porzioni.
E nei posti piccoli non manca il cibo.
Manca il pudore.
Raimondo Schiavone 

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