C’è una categoria che in Italia continua a mietere onori e prime pagine: quella degli intellettuali del IV Reich, quelli che oggi si affannano a spiegare perché non bisogna usare la parola genocidio per Gaza. È una schiera variegata ma compatta: Sofri, Mieli, Segre, e altri che fanno della reticenza e dell’equilibrismo linguistico una professione.
Adriano Sofri, sulle colonne del Foglio, scrive: “Che cosa dunque mi ha trattenuto dal nominare il genocidio? … Una ragione sta nella diffusa feticizzazione del nome di genocidio, che segna un solco fra chi, dalla stessa parte, accetta o rifiuta di impiegarla.”
Tradotto: non lo chiamo genocidio non per la realtà dei fatti, ma per ragioni di opportunità politica e terminologica. Non conta che a Gaza vengano cancellati civili, case, cultura, cibo e acqua. Conta che il termine “genocidio” rischia di turbare il salotto buono degli intellettuali italiani.
Paolo Mieli rincara: “Il nome di genocidio va sventato, perché implica l’assimilazione con la Shoah.” Ma l’ONU, i tribunali internazionali, la storia hanno dimostrato che genocidi ce ne sono stati molti: Armenia, Ruanda, Cambogia, Srebrenica. Non serve un Auschwitz per definire genocidio ciò che lo è. Eppure Mieli mette la protezione dell’“unicità” sopra la vita dei palestinesi.
Liliana Segre, da parte sua, ha detto: “Io la parola genocidio finora non l’ho usata.” Anna Foa, storica, almeno ammette che “ci si avvicina molto”. Ma Segre resta lì, ferma, incapace di nominare l’orrore con il suo vero nome. È il paradosso della memoria: la sopravvissuta che dovrebbe insegnare la lezione del “mai più” e che invece si rifiuta di pronunciarla per chi oggi viene annientato.
E allora la domanda è inevitabile: che differenza c’è con gli intellettuali del III Reich, quelli che negli anni Trenta e Quaranta firmavano articoli e manifesti per giustificare Hitler e Mussolini? Allora si diceva: non è sterminio, è difesa. Non è annientamento, è ordine. Non è genocidio, è necessità storica.
Oggi: non è genocidio, è risposta a Hamas. Non è pulizia etnica, è sicurezza nazionale. Non è annientamento, è autodifesa. Cambiano le parole, non cambia la funzione.
Gli intellettuali del IV Reich non sono testimoni neutrali: sono complici morali. Forniscono alibi, costruiscono narrazioni, spostano il dibattito dalle macerie di Gaza alle sottigliezze semantiche. Mentre i bambini vengono sgozzati dalla fame e dalle bombe, loro si chiedono se la parola genocidio “banalizzi” la Shoah.
Sono gli stessi che tra vent’anni, davanti ai tribunali della storia, diranno: “Non potevamo sapere”. Ma noi sappiamo. E sappiamo anche i loro nomi.
Perché, come accadde con gli intellettuali del III Reich, resteranno nella memoria non per la loro cultura, ma per la loro vigliaccheria travestita da erudizione.
Raimondo Schiavone















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