In Italia la giustizia è come il menù del ristorante: buona o cattiva a seconda di chi la ordina. Se un giudice scrive sentenze o veline utili alla tua causa, lo si incorona a difensore della legalità; se invece, tra un bicchiere di vino e un secondo di pesce, si lascia scappare due frasi da osteria contro il sindaco Zedda, allora diventa una minaccia alla democrazia. È successo a Cagliari, racconta Camilla Soru, che peraltro apprezzo per come interpreta il ruolo di politico,
con toni da “diario di guerra” e post su Facebook incorporato: per mezz’ora, un magistrato della Corte d’Appello penale avrebbe urlato che Zedda “merita di essere schiacciato come un insetto” e “annegato in 30 centimetri d’acqua”. Apriti cielo: gelo, indignazione, e ovviamente la chiamata alle armi dei difensori della purezza togata.
Sul caso si è tuffato Mario Guerrini, il Che Guevara della tastiera quando si tratta di difendere i suoi. E qui sta il divertente: Guerrini che si scandalizza per un magistrato “fazioso” è come un piromane che denuncia il vicino perché ha acceso un barbecue. Lui, che la clava giudiziaria la brandisce ogni giorno con amorevole dedizione, pronto a sventolarla come bandiera del soccorso rosso ogni volta che un avviso di garanzia colpisce un avversario politico. Quando a prendere le randellate mediatiche è il “nemico di classe”, il garantismo va in ferie; ma se il colpito è un compagno, ecco partire i sermoni sulla terzietà della magistratura e sulla sacralità della toga.
Ora, sia chiaro, non c’è niente di elegante nell’urlare minacce in un locale pubblico. Non lo è se lo fa un Magistrato e neanche un cittadino comune. Ma il punto è un altro: la magistratura, quando fa comodo, può brandire la clava giudiziaria come un’arma di distruzione di massa. È successo per decenni, tra intercettazioni strategiche finite sui giornali, processi-lampo a orologeria e veline anonime spedite con cura ai cronisti amici. Allora la sinistra, quella dei Zedda, applaudiva felice: la giustizia come strumento di lotta politica, “per il bene del Paese”, naturalmente. Poi, quando un magistrato in libera uscita al ristorante alza la voce contro un sindaco di sinistra, improvvisamente diventa un “problema enorme per la democrazia”.
E Zedda? Non è certo il primo a scoprire che la giustizia è un’arma a doppio taglio. Lui stesso, in anni di carriera, non ha esitato a impugnarla come clava, querela in canna, ogni volta che poteva ridurre al silenzio un avversario scomodo. Le racconto queste cose perche le ho vissute sulla mia pelle. Se ti piace quando il giudice indaga “quelli lì” e i giornali pubblicano intercettazioni a orologeria, allora ti deve piacere anche quando, fuori dall’aula, un togato in libera uscita decide di fare il leone da ristorante.
E magari ci sarà ora Zedda indignato per le parole del giudice, che non escludera' di sporgere querela. In quel caso l’udienza, ovviamente, si terrebbe alle “alzate di gomito”, visto che ormai la giustizia, tra un brindisi e un’accusa, è diventata la vera movida cagliaritana.
Comunque la doppia morale è servita in tavola, assieme alla cena. Vale per Zedda, vale per Guerrini, vale per tutti quelli che oggi si stracciano le vesti. Il problema non è l’esistenza delle “toghe rosse” o “di destra”, ma il fatto che ogni parte politica vorrebbe che i giudici fossero imparziali… solo con gli altri. E così, tra una forchettata e una minaccia fuori luogo, il dibattito sulla giustizia in Italia si conferma per quello che è: una tavolata rumorosa in cui tutti urlano, nessuno ascolta e alla fine il conto lo pagano sempre i cittadini.
Antipasto di ipocrisia, primo di doppi standard e, per dessert, una bella sfiducia servita fredda.
Raimondo Schiavone















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