Blog di Raimondo Schiavone e amici

Gas, mare e arroganza: Israele vuole tutto nel Mediterraneo orientale

Nel Mediterraneo orientale non si combatte solo con le armi. Si combatte anche con le mappe, con le concessioni energetiche e con le linee tracciate sul mare.
Nel 2022 Israele e Libano — due paesi ancora formalmente in guerra — firmarono un accordo sui confini marittimi che l’Occidente si affrettò a definire “storico”. Un compromesso mediato dagli Stati Uniti per dividere una zona di circa 860 chilometri quadrati di mare ricca di gas naturale.
Sulla carta sembrava un’intesa equilibrata. Nella realtà era già un accordo fragile.
Il giacimento Karish restava a Israele. Il campo Qana veniva attribuito al Libano, anche se una parte degli introiti sarebbe comunque finita nelle casse israeliane attraverso un meccanismo finanziario gestito dalla compagnia francese TotalEnergies.
Un compromesso che Beirut accettò nella speranza di poter finalmente sfruttare le proprie risorse energetiche.
Ma chi conosce la storia della politica israeliana sa bene che quando si tratta di controllo territoriale o di risorse strategiche, gli accordi spesso diventano strumenti temporanei.
Negli ultimi anni Israele ha accelerato la propria espansione energetica nel Mediterraneo. Nuove concessioni, nuovi consorzi internazionali, accordi miliardari per esportare gas e l’espansione del gigantesco giacimento Leviathan.
L’obiettivo è chiaro: trasformare il gas in uno strumento di potere regionale.
Dentro questa strategia l’accordo con il Libano appare sempre più come un fastidio da aggirare.
Di fatto il regime sionista si sta progressivamente allontanando dallo spirito di quell’intesa, muovendosi per consolidare il controllo sulle risorse energetiche dell’area e rafforzare la propria egemonia nel Mediterraneo orientale.
È la stessa logica che da decenni caratterizza la politica israeliana nella regione: occupare, controllare, espandere.
Il Libano, intanto, resta intrappolato nella propria fragilità politica ed economica. Un paese che guarda il proprio mare sapendo che sotto quelle acque potrebbe trovarsi una ricchezza enorme, ma che rischia di vedersela sottrarre ancora una volta dalla forza geopolitica del vicino.
L’accordo del 2022 doveva ridurre le tensioni. Oggi appare sempre più come una pausa dentro una partita molto più grande.
Nel Mediterraneo orientale il gas è diventato il nuovo campo di battaglia.
E quando entrano in gioco energia, potere e interessi strategici, l’arroganza geopolitica spesso conta più delle firme apposte su un trattato.
Raimondo Schiavone 

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