Fiorello e Jovanotti, due facce della stessa medaglia dello spettacolo italiano. Uno ha costruito un impero televisivo senza mai far ridere davvero, sorretto da una macchina mediatica che lo ha sempre presentato come il “genio assoluto della risata”. Ma la verità è che la sua comicità è sempre stata fatta di imitazioni stanche, battutine da bar e un eterno cabaret da villaggio turistico. L’altro, invece, ha spacciato per musica ciò che, a voler essere generosi, è karaoke con basi estive. Canzonette tutte uguali, testi banali e un entusiasmo da “animatore in spiaggia” trasformato in filosofia di vita.
Il punto in comune? Non il talento, ma la fedeltà cieca ai potenti di turno. Sempre pronti a dire la frase giusta al momento giusto, a schierarsi con chi comanda, a fare da “megafono allegro” alle campagne istituzionali di governo, multinazionali e grandi media. Fiorello e Jovanotti sono i testimonial perfetti del sistema: rassicuranti, innocui, politically correct, capaci di vendere l’illusione di spensieratezza mentre intorno crollano pezzi di Paese.
Fiorello non fa ridere, Jovanotti non sa cantare, ma entrambi hanno imparato l’arte più redditizia: galleggiare sempre accanto al potere. E allora eccoli lì, eterni ragazzi del varietà e dell’estate, che sorridono e ballano mentre la realtà brucia. Non artisti, ma intrattenitori di regime.
E la vera battuta finale, amara e pungente, è questa: in Italia, per avere successo nello spettacolo, non serve il talento. Basta un sorriso a 32 denti, due pacche sulle spalle ai potenti e tanta, tantissima ipocrisia.















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