Blog di Raimondo Schiavone e amici

FEDERICA MOGHERINI: L’ASCESA FACILE, LA CADUTA FRAGOROSA

Ci sono carriere che nascono dal merito, e poi ci sono quelle che nascono dal pedigree. Quella di Federica Mogherini, ex Lady PESC — un titolo altisonante che in molti le hanno cucito addosso con un entusiasmo forse eccessivo — appartiene senza dubbio alla seconda categoria.

Per anni ci è stata raccontata come il volto giovane, brillante, colto e cosmopolita della diplomazia europea. Laurea con lode, tesi sull’Islam, Erasmus prestigioso a Aix-en-Provence, curriculum infarcito di sigle, comitati, forum giovanili, incarichi internazionali. La narrazione perfetta della donna che si fa da sola. Peccato che non fosse del tutto così.

Non è colpa sua, certo, se è figlia di due figure di peso nel mondo del cinema e della cultura. Ma è difficile negare che nella Roma che conta, nel Partito Democratico che promuove, nella sinistra che cooptava i suoi giovani migliori (o presunti tali), un cognome aiuti sempre più di cento tesi brillanti.

Mogherini è stata la perfetta creatura del sistema: cresciuta nelle organizzazioni giovanili del Pci, poi Sinistra Giovanile, poi Ds, poi Pd. Sempre un passo avanti agli altri, sempre con un incarico pronto, sempre con una promozione che arrivava prima del sudore. Sembrava quasi che il talento gli venisse attribuito per anticipazione, come un assegno in bianco.

Nel partito ha fatto tutto: relazioni internazionali, Esteri, rapporti con Usa, Medio Oriente, Iraq, Afghanistan. Un percorso impressionante sulla carta. Ma nella vita reale? Cosa resta davvero? Quale traccia concreta, quale risultato politico riconoscibile?

Poi il salto europeo, quello che l’ha trasformata — almeno sulla carta — nella Lady PESC, la responsabile della politica estera dell’intera Unione Europea. E qui, finalmente, il mondo reale ha bussato alla porta: quello dove non bastano le riunioni, i dossier preparati da altri, le dichiarazioni di circostanza lette con aria ispirata. Qui servono polso, visione, leadership. Lei ha portato invece diplomazia annacquata, frasi accomodanti, tweet equilibrati fino all’evaporazione.

Una presenza più simbolica che sostanziale, applaudita dai salotti europei, ignorata dai veri decisori globali. E intanto il Mediterraneo bruciava, il Medio Oriente esplodeva, l’Europa arrancava. Mogherini c’era — tecnicamente — ma come nei film dove il protagonista attraversa le scene senza toccare davvero nulla.

Poi, oggi, l’imprevedibile: un arresto lampo, un’accusa infamante, una rapida liberazione. Il prezzo di una vita passata nella zona grigia del potere, tra ambienti che splendono solo in superficie. Perché quando la politica ti porta in alto senza che tu abbia mai davvero camminato, basta una scossa — anche piccola — per farti precipitare giù.

E qui emerge la domanda più scomoda: cosa succede quando chi ha sempre vissuto di incarichi, di posizioni, di titoli, deve fare i conti con la fragilità umana, quella che non perdona? Quando il mondo non ti guarda più come la promessa brillante, ma come la sopravvalutata di sempre? Quando scopri che, senza il partito, senza l’Europa, senza la retorica dei “giovani di talento”, resti nient’altro che una persona, con debolezze e tentazioni comuni, perfino banali?

È la caduta delle icone costruite a tavolino: basta un soffio, e si scopre che erano di cartapesta.

La compassione, umanamente, non va negata: chiunque può cadere. Ma politicamente, la lezione resta. Forse sarebbe ora di smetterla di scambiare i curricula infiniti per leadership, le carriere lampo per merito, la retorica progressista per competenza.

E di chiedersi, finalmente, se l’Europa e l’Italia non abbiano premiato più l’immagine che la sostanza.

Perché il mondo reale — quello dove si lavora davvero per portare a casa la pagnotta, dove il potere non perdona, dove gli errori non si cancellano con un comunicato — prima o poi presenta il conto. Anche a chi si credeva intoccabile.

Raimondo Schiavone 

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