La dichiarazione di Friedrich Merz sulla Russia non è una frase buttata lì per caso, né un’ingenuità diplomatica. È, piuttosto, un segnale politico che rompe un tabù: l’idea che l’Europa possa – e debba – tornare a pensarsi come soggetto autonomo, non come semplice terminale esecutivo delle strategie altrui.
Dire che la Russia è un Paese europeo non significa assolvere, né rimuovere responsabilità storiche e politiche. Significa riconoscere un dato di realtà che la propaganda di guerra ha cercato di cancellare: la Russia non è un corpo estraneo da espellere per decreto dall’Europa, ma una parte strutturale del continente, con cui prima o poi sarà inevitabile fare i conti. Meglio farlo da adulti, che da vassalli.
La posizione di Merz apre una breccia proprio mentre gli Stati Uniti d'America insistono su una linea di comando, pressione e aggressività geopolitica che non lascia spazio alla mediazione europea. Washington parla il linguaggio delle sanzioni, degli ultimatum, dei blocchi; l’Europa ne paga i costi economici, industriali, sociali e politici. Energia più cara, competitività ridotta, dipendenza strategica rafforzata. E, soprattutto, irrilevanza diplomatica.
In questo quadro, la riflessione di Merz suona come una domanda scomoda ma necessaria: l’Europa vuole continuare a essere il teatro delle tensioni decise altrove o intende tornare a essere un attore geopolitico? Perché la pace – quella vera, non quella annunciata nei comunicati – non nasce dall’umiliazione permanente di un vicino, ma dalla costruzione di equilibri. E gli equilibri, per definizione, si negoziano.
C’è un punto che molti fingono di non vedere: la politica estera americana non è guidata da valori universali, ma da interessi nazionali. È legittimo. Meno legittimo è che l’Europa rinunci sistematicamente ai propri. Ogni volta che gli Stati Uniti alzano il livello dello scontro, lo fanno lontano dal proprio territorio. Le conseguenze, invece, ricadono sul continente europeo: flussi energetici interrotti, tensioni sociali, polarizzazione politica.
La vera opportunità, allora, non è “riabilitare” la Russia, ma riabilitare l’Europa. Ridarle una voce autonoma, una capacità di iniziativa, una strategia che non coincida automaticamente con quella della NATO a guida statunitense. L’Europa non nasce come alleanza militare, ma come progetto politico, economico e di pace. Dimenticarlo significa tradire la sua ragione d’essere.
Merz, forse senza volerlo, ha riaperto una porta che molti volevano sigillata. Dietro quella porta c’è un’Europa meno isterica, meno bellicista, meno subalterna. Un’Europa che parla con tutti, tratta con tutti e decide per sé. In un mondo che scivola verso nuovi blocchi contrapposti, questa non è ambiguità: è lungimiranza.
Se l’Europa avrà il coraggio di percorrere fino in fondo questa strada, la dichiarazione di Merz non sarà ricordata come una provocazione isolata, ma come l’inizio di una maturità geopolitica finalmente conquistata.
Raimondo Schiavone














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