Blog di Raimondo Schiavone e amici

Elogio della morte

Viviamo in una società che parla continuamente della vita senza averne compreso il valore, e che fugge dalla morte come se fosse un incidente di percorso, un errore amministrativo dell'esistenza, una pratica burocratica da rinviare il più a lungo possibile — quasi che il rinvio equivalesse all'abolizione.
Eppure la morte è l'unica certezza che accompagna ogni uomo dal giorno della nascita, l'unico orizzonte che non dipende dalle nostre opinioni su di esso.
È l'unico appuntamento che nessuno può disdire, l'unico contratto privo di clausole di recesso, l'unica verità davanti alla quale crollano il potere, il denaro, la fama, l'arroganza, i titoli accademici, le cariche istituzionali e perfino le ideologie — proprio quelle ideologie che pretendono di spiegare tutto tranne ciò che le rende, alla fine, irrilevanti.
La morte è la più grande nemica dell'ipocrisia, perché è l'unica istanza che non si lascia corrompere dal linguaggio.
Non chiede tessere di partito, non guarda il saldo del conto corrente, non distingue tra vincitori e sconfitti — distinzioni che esistono solo finché dura il tempo in cui qualcuno può ancora contarle. Non conosce raccomandazioni, amicizie influenti, cordate di potere o protezioni mediatiche, perché non ha nulla da ottenere da nessuno.
Arriva e basta. Senza negoziare, senza spiegarsi, senza concedere proroghe a chi crede di meritarle.
Per questo la temiamo. Non perché rappresenti la fine della vita, ma perché smaschera la fine delle illusioni che abbiamo costruito intorno a noi — l'illusione di essere indispensabili, di avere ancora tempo, di poter sempre rimandare a domani ciò che conta davvero.
La nostra epoca celebra l'eterna giovinezza, vende immortalità in comode rate mensili, promette benessere perpetuo attraverso diete, cosmetici, chirurgia e formule miracolose. Intere industrie prosperano alimentando l'idea che la morte sia una malattia da curare anziché una condizione naturale dell'essere — trasformando la finitudine in un difetto di fabbricazione da correggere, anziché in un dato costitutivo da abitare.
Ma la morte, con la sua silenziosa eleganza, continua a ricordarci che siamo soltanto viaggiatori di passaggio. Ed è proprio questa consapevolezza, non la sua negazione, a dare valore alla vita.
Se fossimo immortali, nulla avrebbe importanza: non gli amori, perché avremmo un'eternità per rimandarli; non i sogni, perché potremmo realizzarli in qualsiasi momento; non le parole, perché un tempo infinito le renderebbe tutte equivalenti, e quindi tutte vuote.
La morte conferisce peso alle nostre scelte. Trasforma ogni istante in qualcosa di irripetibile, e proprio per questo rende prezioso ciò che, senza limite, sarebbe soltanto accumulo.
Eppure continuiamo a mentire a noi stessi, comportandoci come se dovessimo vivere per sempre: accumuliamo ricchezze che non porteremo con noi, coltiviamo rancori che sopravvivono persino alla ragione che li ha generati, inseguiamo riconoscimenti che il tempo cancellerà con la stessa indifferenza con cui il mare cancella le impronte sulla sabbia — senza distinguere tra chi ha lasciato un segno e chi ha solo attraversato la spiaggia.
La morte è la grande democratica della storia: ha accolto imperatori e mendicanti nello stesso silenzio, ha chiuso gli occhi ai santi e ai criminali con identica naturalezza, ha osservato passare civiltà intere senza concedere privilegi a nessuno — l'unica forma di uguaglianza che la storia umana non sia mai riuscita a corrompere.
Forse dovremmo smettere di considerarla una sconfitta, e iniziare a guardarla per ciò che realmente è: non l'avversaria del senso, ma il confine che lo rende possibile.
Perché non è la morte a rendere tragica la vita. È una vita vissuta senza consapevolezza della morte — vissuta cioè come se il tempo fosse una risorsa illimitata anziché la materia stessa di ogni scelta.
Chi comprende che il tempo è limitato impara ad amare meglio, a scegliere meglio, a perdonare più facilmente, e soprattutto a distinguere ciò che conta da ciò che è soltanto rumore — un esercizio che nessuna ideologia, da sola, ha mai insegnato.
La morte non è il contrario della vita. È la sua misura. Ed è proprio per questo che merita rispetto, non rimozione.
Perché ogni uomo che nasce riceve due doni inseparabili: il tempo e il suo limite. Il primo ci viene regalato. Il secondo ci insegna come usarlo — e forse è proprio in questo insegnamento, più che nella vita stessa, che si nasconde il suo significato più autentico.
Raimondo Schiavone 

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