Un genocidio che non osa più chiamarsi tale, ma che ha il volto della fame, del sangue e delle fosse comuni.
Da mesi, la città è sotto assedio. I miliziani delle RSF (Rapid Support Forces), eredi diretti dei Janjaweed — le milizie del terrore che insanguinarono il Darfur vent’anni fa — stanno distruggendo ogni cosa. Case, ospedali, scuole, mercati. Tutto bruciato, tutto saccheggiato. Gli uomini uccisi, le donne violentate, i bambini lasciati morire di fame o di paura.
Dall’altra parte, l’esercito regolare sudanese, guidato dal generale al-Burhan, non è meno colpevole: bombarda, assedia, colpisce senza distinzione, pretendendo di difendere la patria mentre calpesta il suo popolo.
È la lotta fra due mostri armati, nati entrambi dal ventre marcio del potere sudanese, alimentati da interessi stranieri che si contendono le vene d’oro del paese. Perché il Sudan, dietro le sue dune insanguinate, nasconde uno dei più grandi tesori minerari d’Africa. Oro, uranio, petrolio, terre fertili.
E come sempre accade, dove c’è ricchezza, arriva l’avidità.
Dietro le quinte di questa tragedia ci sono le mani sporche dell’Occidente e gli Emirati Arabi Uniti, che armano, finanziano e manipolano. Gli stessi che predicano pace e diritti umani nelle conferenze di Ginevra, ma che in realtà alimentano il fuoco perché il caos serva a controllare il commercio, i porti, e le miniere.
Gli stessi che vendono droni, missili e mercenari, fingendo di non sapere dove finiscono.
E intanto, El Fasher muore.
Muore ogni giorno, senza telecamere, senza indignazione, senza memoria.
Le immagini che filtrano sono insopportabili: corpi ammucchiati nei campi, villaggi rasi al suolo, madri che scavano fosse con le mani. È una nuova Srebrenica, un nuovo Ruanda, ma senza nomi e senza processi.
E nessuno muove un dito.
Le Nazioni Unite parlano di “crisi umanitaria”. Ma è una parola vile, quando si tratta di stermini.
Le ONG denunciano, ma non hanno accesso al terreno.
Le cancellerie occidentali tacciono, distratte da guerre più mediatiche e più politicamente convenienti.
E così, il Darfur torna a essere il cimitero invisibile dell’Africa, dove i morti non contano e i vivi non interessano a nessuno.
Non è solo una guerra per il potere: è la disintegrazione morale dell’umanità.
Il Sudan era già stato devastato da decenni di dittature, povertà e manipolazioni internazionali. Oggi è un campo di caccia per chi vuole spartirsi le sue risorse.
Gli Emirati finanziano le RSF per assicurarsi l’oro del Darfur, mentre compagnie europee e americane chiudono gli occhi, purché il flusso continui e i mercati restino stabili.
Ma nulla di stabile può nascere sul sangue dei poveri.
Ogni bambino ucciso a El Fasher è una condanna per il mondo intero.
Ogni villaggio bruciato è una vergogna per la coscienza collettiva.
E ogni giorno di silenzio è una complicità.
El Fasher non è un nome lontano: è la ferita viva dell’Africa tradita.
Un popolo che muore due volte: prima per mano dei carnefici, poi per l’oblio di chi potrebbe fermarli e non lo fa.
Raimondo Schiavone
Foto: di Franco Murgia 2012, quando la gente sorrideva in Darfur.















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