Blog di Raimondo Schiavone e amici

Draghi a Rimini, il banchiere delle ovvietà

Mario Draghi è salito sul palco del Meeting di Rimini con l’aria di chi deve ancora una volta spiegare al mondo la scoperta dell’acqua calda. Con tono pacato, da ex banchiere che si atteggia a profeta della politica, ha raccontato all’Europa che no, non basta avere 450 milioni di consumatori per contare come potenza globale, che no, non si può essere spettatori mentre gli altri decidono, e che sì, gli Stati Uniti ci trattano come comprimari e la Cina non ci considera alla pari. Un tripudio di banalità, condito dal solito richiamo alla necessità di “fare di più, insieme”, come se l’Unione Europea avesse bisogno dell’ex uomo di Goldman Sachs per rendersi conto di vivere una crisi di irrilevanza. In realtà Draghi non ha detto nulla che non si sapesse già, ha solo confezionato in elegante burocratese concetti che persino un liceale avrebbe potuto esprimere con maggiore freschezza.

Ha spiegato che l’Europa deve avere un debito comune per difesa, energia e tecnologia. Davvero geniale: peccato che sia lo stesso uomo che da premier aveva già accennato a queste soluzioni senza riuscire a muovere un passo. Ha poi ripetuto che il libero scambio non basta più, che l’illusione di contare è evaporata, che bisogna svegliarsi davanti ai dazi americani e alla durezza della competizione globale. Tutto vero, certo, ma tutto già visto e già detto. La sensazione è quella di un disco rotto che gira su se stesso: Draghi ammonisce, Draghi si rammarica, Draghi finge di scuotere le coscienze, ma alla fine resta sempre l’uomo che osserva, non quello che agisce.

C’è stato persino un passaggio in cui ha evocato lo scetticismo dei cittadini verso l’Europa come problema politico. Anche qui, nulla di nuovo sotto il sole: la gente non crede che Bruxelles sappia difendere i valori democratici e la pace, e lui invita a trasformare lo scetticismo in “voce”. Una predica moralistica che sa di slogan aziendale più che di visione politica. Un esercizio di stile di chi, forte della sua aura tecnica, pretende di dare lezioni senza sporcarsi le mani nel confronto reale.

Il Draghi di Rimini sembra dunque la fotocopia sbiadita del Draghi del “whatever it takes”, un uomo che un tempo parlava ai mercati e oggi recita ovvietà davanti a un pubblico già assuefatto al vuoto della politica europea. Ridicolo e fuori dal tempo, come certe statue che si tengono in piazza più per abitudine che per rispetto della memoria. Aveva ragione Cossiga quando lo definiva un vile affarista di Goldman Sachs: uno che sa calcolare i numeri, ma che scambia le banalità per visioni. A Rimini non ha offerto soluzioni, ma l’ennesimo catalogo di lamentele da burocrate.

E come se non bastasse, aleggiava ancora il ricordo delle sue perle di saggezza da presidente del Consiglio, quando spiegava che la Russia “aveva già perso la guerra” grazie alle sanzioni europee. Una previsione che oggi suona come una barzelletta tragica, se si pensa a chi quelle sanzioni le ha pagate davvero: non Mosca, ma l’industria europea e i cittadini che si sono visti esplodere le bollette. Oppure quando, con quella spocchia da contabile prestato alla politica, bollò Erdogan come “tiranno” salvo poi andare a bussare ad Ankara per chiedere collaborazione sul gas e sui migranti. Il Draghi che oggi ammonisce l’Europa a “non restare spettatrice” è lo stesso che ieri confondeva la geopolitica con un bilancio aziendale, sbagliando previsioni come un meteorologo ubriaco.

E non va dimenticato che Draghi non è mai stato un uomo libero, ma sempre il rappresentante perfetto delle grandi multinazionali, dei mercati finanziari, dei poteri forti che gli hanno spianato la carriera. L’uomo dei grandi banchieri, amico dei circoli atlantici, dei salotti in cui Israele resta intoccabile e viene difeso anche di fronte ai massacri di Gaza. Non stupisce che nel suo intervento non ci sia stato un solo accenno al genocidio palestinese o al ruolo dell’Europa come complice silenziosa: per un banchiere globale che deve restare in buoni rapporti con Washington e Tel Aviv, meglio girare lo sguardo altrove. Draghi è sempre stato così: parlare di Europa, ma con il cuore rivolto alle élite che lo hanno creato e che lo applaudono.

Eppure, come sempre, è stato accolto dagli applausi deferenti, quasi che la sua sola presenza basti a trasformare la retorica in oracolo. Ma sotto la patina resta il nulla: un banchiere che annuncia ovvietà, che sbaglia analisi clamorose e che continua a essere osannato solo perché la politica vera, quella del coraggio e delle idee, non abita più qui. La verità amara è che non solo lo abbiamo idolatrato, ma lo abbiamo persino avuto come presidente del Consiglio, innalzandolo a salvatore della patria. E c’è ancora chi parla con aria seriosa di “Agenda Draghi”, come se fosse un vangelo politico. In realtà quell’agenda non era altro che un foglio bianco, o meglio, una lista di buone intenzioni scritta sulla carta igienica: destinata a finire nello scarico. Con la differenza che almeno la carta igienica, a differenza dell’Agenda Draghi, serve davvero a qualcosa. 

Raimondo Schiavone 

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