Perché il mondo, oggi, corre. E la democrazia occidentale, spesso, cammina. A volte zoppica. La lentezza dei processi decisionali non è un difetto filosofico: è un problema pratico, con conseguenze dirette su economia, politica industriale, sicurezza, energia, difesa. Nel frattempo, Cina, Russia e India – con approcci diversi, spesso più verticali, più “muscolari”, più funzionali alla rapidità – non si limitano a “sfidare” l’Occidente: lo superano nei tempi, nella capacità di impostare strategie e mantenerle, nel controllo dei gangli economici e tecnologici.
E qui arriva il punto che in Occidente facciamo finta di non vedere: l’eccesso di democrazia, quando diventa burocrazia, veto permanente, teatro mediatico, iper-frammentazione, non è sempre vincente. Non perché la libertà sia un peso, ma perché il sistema perde aderenza al reale: decide quando ormai gli eventi hanno già deciso al posto suo.
La domanda, allora, è: la democrazia occidentale è ancora sovrana, o è diventata un rituale amministrato da poteri non eletti?
Perché il paradosso è questo: formalmente votiamo, discutiamo, facciamo summit, commissioni, risoluzioni. Ma materialmente il mondo è governato da un’altra cosa: la globalizzazione economica guidata da multinazionali, finanza, catene del valore e – soprattutto – dai grandi operatori del web. Piattaforme che non sono semplici “aziende”: sono infrastrutture cognitive. Modellano l’opinione pubblica, filtrano ciò che vediamo, accelerano l’indignazione, deprimono la complessità, premiano l’istinto. E la politica, spesso, si adegua: non guida, insegue.
Non è un caso se l’Unione Europea, pur con tutti i suoi limiti, ammette implicitamente il problema e prova a mettere dei correttivi: con l’European Democracy Action Plan per rafforzare elezioni libere e corrette, sostenere la libertà dei media e contrastare disinformazione e interferenze esterne.
E con il Digital Services Act, che nasce proprio per “riprendersi” uno spazio digitale che rispetti diritti fondamentali e riduca i rischi sistemici legati anche alla manipolazione dell’informazione.
Non solo: la Commissione ha anche integrato il Code of Practice on Disinformation nel perimetro del DSA, segno che la partita non è più “educativa” o morale: è di sicurezza democratica.
E poi c’è il tema strutturale della tenuta interna: il Rule of Law Report annuale, che fotografa lo stato di salute di giustizia, anticorruzione, pluralismo dei media e pesi e contrappesi negli Stati membri.
Quindi sì: l’UE sa che la democrazia è sotto pressione. Ma il tema che tu poni è più radicale: non basta “difendere” la democrazia se il suo funzionamento non è competitivo nel mondo reale. E infatti anche sul fronte sicurezza e difesa l’Europa ha dovuto darsi una bussola: la Strategic Compass, che nasce dalla consapevolezza che l’Unione deve diventare più capace di agire, più coerente, più rapida.
Il punto, però, è che noi occidentali facciamo spesso un errore di superbia: pensiamo che l’alternativa sia solo tra “democrazia come la conosciamo” e “dittatura”. In mezzo, invece, c’è un territorio enorme: modelli ibridi, democrazie più decisioniste, sistemi che sacrificano pluralismo per efficacia, e Paesi che non hanno alcuna intenzione di adottare il nostro catechismo politico.
La vera domanda, allora, non è se dobbiamo diventare cinesi, russi o indiani. La vera domanda è: riusciamo a rendere la democrazia occidentale di nuovo capace di decidere, proteggere e competere, senza venderne l’anima ai poteri economici e alle piattaforme?
Perché se non lo facciamo noi, lo farà la storia. E la storia, di solito, non vota.
Raimondo Schiavone















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