Povero Guido Crosetto.
Ministro della Difesa della Repubblica Italiana, mica assessore al traffico di un comune di provincia. Eppure – nell’immaginario grottesco di questi giorni – lo vediamo a Dubai, in viaggio con la famiglia, mentre il mondo brucia e nessuno lo avvisa che sta per scattare l’ennesimo capitolo della guerra infinita tra Israele, Stati Uniti e Iran.
La scena è surreale.
Lui che consulta il telefono tra una piscina a sfioro e un centro commerciale climatizzato, e intanto i missili fanno la spola diplomatica tra deserto e mare. E Dubai – che fino a ieri era il simbolo della neutralità dorata del Golfo – diventa improvvisamente teatro di possibili ritorsioni.
E tu te lo immagini il dialogo in qualche stanza blindata della Casa Bianca o di Tel Aviv.
“Ehi Bibi, hai avvisato quel Cosetto lì, o come si chiama?”
“Ma no, Donald. Se li avvisiamo quelli avvisano subito l’Iran. Lo sai come sono gli italiani…”
Satira, certo. Ma fino a un certo punto.
Perché il punto non è la caricatura fisica – su cui è facile scivolare nel triviale – ma la caricatura politica. L’Italia, membro del G7, Paese fondatore dell’Unione Europea, alleato NATO, trattata come l’amico simpatico ma un po’ inaffidabile. Quello che inviti a cena ma non coinvolgi nei piani veri.
E allora la domanda è seria, sotto l’ironia:
l’Italia conta qualcosa nei dossier che incendiano il Mediterraneo allargato?
Se il ministro della Difesa si trova – per combinazione o per scelta – in uno degli epicentri finanziari del Golfo proprio mentre si alza la temperatura militare, significa che o le informazioni non circolano, o non siamo nel perimetro di chi viene informato per tempo.
Entrambe le ipotesi non sono rassicuranti.
Il Golfo non è una cartolina di grattacieli e supercar. È una polveriera elegante. Basta poco perché le tensioni tra Teheran e l’asse Washington–Tel Aviv si riflettano su Dubai, Doha, Manama. E chi si trova lì, anche solo per un viaggio privato, improvvisamente non è più turista ma potenziale variabile geopolitica.
Il paradosso è tutto italiano:
siamo formalmente dentro tutte le alleanze, ma sostanzialmente fuori dalle decisioni che contano.
E allora sì, l’ironia corre facile: il ministro che “se la fa addosso” mentre i grandi parlano tra loro. Ma il sarcasmo serve a mascherare un dubbio più pesante: siamo protagonisti o comparse?
Perché in geopolitica non esiste il “non lo sapevo”.
Esiste solo chi è al tavolo e chi è nel corridoio.
E noi, troppo spesso, sembriamo quelli che aspettano fuori, sperando che qualcuno apra la porta.
Raimondo Schiavone












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