A Cagliari è bastata una mareggiata. Non un uragano, non un maremoto, non l’Apocalisse secondo Giovanni. Una mareggiata. Un evento normale per una città di mare. Eppure il risultato è stato degno di un copione pandemico: scuole chiuse, uffici pubblici chiusi, servizi sospesi, famiglie abbandonate al fai-da-te. Tre giorni. Tre. Non qualche ora di prudenza, ma una sospensione prolungata della vita cittadina, come se il mare avesse dichiarato guerra al Comune.
Il tutto nel nome della sicurezza, parola magica che ormai giustifica qualsiasi cosa. La sicurezza come coperta corta: la si tira dalla parte dell’amministrazione e si scoprono cittadini, lavoratori, genitori, bambini. Ma attenzione: qui non siamo di fronte a una scelta coraggiosa. Siamo davanti alla scelta più facile possibile.
Chiudere tutto è semplice. Governare è difficile.
Perché governare una città di mare significa accettare che il mare, ogni tanto, faccia il mare. Significa programmare, prevenire, controllare. Significa dire con chiarezza che le piante vanno tolte, i chioschi vanno smontati, le strutture stagionali vanno messe in sicurezza. Non aspettare la mareggiata per scoprire che qualcosa non era a norma. Non scaricare la responsabilità sul meteo quando la responsabilità è amministrativa.
E invece no. Meglio l’ordinanza omnibus. Meglio la chiusura totale. Meglio trasformare la città in un gigantesco cartello: “Tornate domani. Forse.”
Nel frattempo, fuori dalla bolla dell’allerta, succede una cosa curiosa. Sulle coste atlantiche, dove le onde non sono una scenografia ma una costante, nessuno si sogna di chiudere intere città per una mareggiata. Non a Bordeaux, non a Bournemouth, non a La Coruña. Lì non si chiude: si gestisce. Si difende la costa, si proteggono le infrastrutture, si avvisano i cittadini senza paralizzarli. Perché una città non è un soprammobile da riporre in vetrina quando tira vento.
Qui invece abbiamo inventato un nuovo modello amministrativo: la città a interruttore.
Vento forte? Off.
Pioggia intensa? Off.
Mare mosso? Off.
E pazienza se i bambini restano a casa e i genitori devono arrangiarsi, chiedere permessi, inventarsi soluzioni. Pazienza se il lavoro si ferma, se gli uffici pubblici – ironia suprema – chiudono proprio mentre dovrebbero essere il presidio della gestione dell’emergenza. È il trionfo dello zelo senza visione, della precauzione senza intelligenza.
Nel frattempo il mare ha fatto il suo spettacolo. Ha invaso il Poetto, ha colpito Giorgino, ha rosicchiato sabbia e spostato massi. Tutto previsto. Tutto noto. Tutto già visto. E allora viene da chiedersi: davvero servivano tre giorni di città chiusa per prendere atto di ciò che si sapeva già?
Perché qui sta il punto politico – sì, politico – della vicenda. Quando l’unica risposta è chiudere, significa che la prevenzione non c’è stata. Che i controlli non sono stati fatti. Che le regole sono state tollerate finché il mare non ha ricordato a tutti che esiste. E a quel punto si chiude tutto, così nessuno risponde di niente.
È una strategia perfetta: nessun rischio personale, nessuna responsabilità diretta. Se qualcosa va storto, “c’era l’allerta”. Se tutto va bene, “abbiamo fatto bene a chiudere”. È la pubblica amministrazione versione assicurazione sulla vita.
Concediamoci allora un po’ di ironia, perché senza ironia resterebbe solo la rabbia. Se questo è il metro, prepariamoci:
– raffiche a 30 km/h → scuole chiuse;
– mare forza 4 → uffici serrati;
– due gocce d’acqua → smart working coatto per tutti.
Cagliari, città di mare, che ha paura del mare. Una contraddizione che farebbe sorridere, se non fosse che a pagare sono sempre gli stessi.
Una città seria non si spegne. Una città seria si organizza.
La sicurezza non è chiudere tutto: è saper tenere aperto ciò che può e deve restare aperto.
Il resto è solo un grande, rumoroso alibi che dura tre giorni. Poi il mare si calma.
E l’inerzia amministrativa resta.
Raimondo Schiavone















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