Cagliari è una città meravigliosa. Ha il mare che entra negli occhi, il vento che ti rimette in ordine i pensieri, una storia che cammina sulle pietre. Eppure, la sera, basta fare cento metri a piedi per capire che qualcosa non funziona. Non parlo di poesia. Parlo di lampioni.
Lampioni a bassa intensità, come se l’obiettivo fosse risparmiare non solo energia ma anche visibilità. Lampioni coperti dalla vegetazione – alberi non potati che trasformano la luce in un ricordo sbiadito. Lampioni mancanti, proprio assenti, come se qualcuno li avesse cancellati dalla mappa. E nel frattempo, i cittadini camminano nel buio, le auto rallentano per istinto di sopravvivenza e le strisce pedonali diventano linee fantasmi.
Provate a guidare quando piove. L’asfalto si fa specchio, le strisce si dissolvono, la segnaletica orizzontale diventa un’ipotesi. Il pedone attraversa e tu lo vedi all’ultimo secondo. Non è allarmismo: è cronaca quotidiana. La sicurezza urbana comincia dalla luce. La luce è prevenzione, è controllo sociale, è serenità. È la differenza tra una città che invita a vivere e una che suggerisce di rientrare in fretta.
C’è chi dirà: “È una scelta ecologica, stiamo abbassando l’intensità per l’ambiente”. Benissimo. Nessuno vuole una città accecante come un centro commerciale di Las Vegas. Ma esiste una via di mezzo tra l’inquinamento luminoso e l’oscurità da coprifuoco. Esiste la manutenzione. Esiste la programmazione. Esiste il buon senso.
Perché il problema non è solo la potenza dei lampioni. È la gestione. Se un punto luce è coperto da rami per mesi, non è una strategia green: è incuria. Se in alcune zone interi tratti restano scarsamente illuminati, non è sobrietà energetica: è superficialità amministrativa. E se le strisce pedonali sono sbiadite fino a diventare decorative, non è minimalismo urbano: è un rischio concreto.
La luminosità dà sicurezza. Lo dicono gli studi sulla prevenzione dei reati, lo dice l’esperienza di ogni cittadino. Una città illuminata è una città vissuta. Una città buia è una città che si ritira, che si chiude, che abbassa lo sguardo. E il buio, si sa, non è mai solo fisico.
La domanda allora è semplice: cosa sta facendo questa amministrazione comunale? C’è un piano serio di ammodernamento dell’illuminazione pubblica? C’è una mappatura delle zone critiche? C’è un cronoprogramma per la manutenzione e la potatura? O si naviga a vista, confidando che tanto i cittadini si abitueranno?
Perché il rischio più grande non è inciampare su un marciapiede. È abituarsi al buio. È convincersi che sia normale non vedere bene dove si cammina. È pensare che la sicurezza sia un optional e non un diritto.
Cagliari non merita di essere una città spenta. Non merita lampioni stanchi e strisce invisibili. Non merita una politica che confonde il risparmio con la rinuncia.
Illuminare le strade significa illuminare la città. E, magari, anche le idee.
Raimondo Schiavone












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