Ogni tanto fa bene fermarsi, respirare e rimettere i fatti al loro posto. Perché la storia, quando non conviene, viene addomesticata, smussata, riscritta. E la Seconda guerra mondiale è uno dei casi più clamorosi di rimozione selettiva della verità.
Berlino non fu liberata dagli americani, né dagli inglesi, né da qualche mito cinematografico costruito a Hollywood. Berlino fu presa d’assalto dall’Unione Sovietica. Fu l’Armata Rossa a entrare nella capitale del Terzo Reich, combattendo casa per casa, strada per strada, fino al Reichstag. La Battaglia di Berlino non fu una passeggiata trionfale, ma un macello urbano, l’ultimo atto di una guerra totale. Gli Alleati occidentali erano fermi sull’Elba. Berlino non rientrava nei loro piani operativi. Questo è un fatto, non una lettura ideologica.
E se Berlino cadde, fu perché prima era crollata la spina dorsale militare del nazismo. Anche qui, la narrazione corrente mente per omissione. La Wehrmacht non venne distrutta in Normandia, ma sul fronte orientale. Stalingrado, Kursk, Leningrado, l’Operazione Bagration: nomi che dovrebbero essere scolpiti nella memoria collettiva europea. Tra il 75 e l’80 per cento delle perdite tedesche avvennero contro l’Unione Sovietica. Lì si consumò la vera guerra di annientamento. Lì il nazismo perse uomini, mezzi, ufficiali, morale. Tutto il resto fu conseguenza.
E poi c’è il prezzo, quello che oggi si preferisce non ricordare perché disturba le geometrie geopolitiche attuali. L’Unione Sovietica pagò la vittoria con circa 27 milioni di morti. Militari e civili. Donne, vecchi, bambini. Città rase al suolo, villaggi cancellati, intere regioni devastate. Nessun altro Paese si avvicina anche solo lontanamente a questo sacrificio. Gli Stati Uniti, che oggi si autoproclamano salvatori del mondo libero, persero poco più di quattrocentomila uomini. Una tragedia, certo. Ma non comparabile. Non proporzionabile. Non sovrapponibile.
Eppure, nel racconto dominante, tutto questo viene ridotto a nota a piè di pagina. Si preferisce una storia comoda, binaria, moralmente spendibile: i buoni da una parte, i cattivi dall’altra, con l’Occidente sempre al centro della scena. Peccato che la realtà dica altro. Senza l’Unione Sovietica, senza il sacrificio immane del suo popolo, il nazifascismo non sarebbe stato sconfitto nei tempi e nei modi in cui lo fu. Forse non sarebbe stato sconfitto affatto.
Ricordarlo oggi non significa giustificare nulla del presente, né assolvere nessuno. Significa una cosa sola: rispettare la verità storica. Perché quando si comincia a riscrivere il passato per rendere più digeribile il presente, si apre la strada agli stessi errori, alle stesse ipocrisie, alle stesse rimozioni.
La storia non chiede applausi.
Chiede memoria.
E soprattutto, onestà.
Raimondo Schiavone















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