Ci troviamo in un’epoca in cui l’atto di eliminare un leader scomodo non viene nemmeno più trattato come una ferita morale, ma come un semplice evento strategico da spuntare nella casella degli “effetti collaterali” della geopolitica. La notizia dell’uccisione della Guida Suprema iraniana, Ali Khamenei, è stata quasi subito metabolizzata da una parte dei media come un fatto compiuto, accompagnata da analisi fredde, calcoli di equilibrio regionale e “what-if” sui futuri equilibri di potere.
Ma la semplificazione di un assassinio di Stato come se fosse la caduta di un generico ministro non è solo un errore giornalistico: è il segno di una profonda regressione etica. Un assassinio di tale portata non può essere inteso come un “evento internazionale” alla stregua di una variazione di spread o di un nuovo record sportivo. Eppure, nel susseguirsi frenetico dei titoli, sembra che la percezione collettiva abbia perso ogni bussola morale.
È la barbarie normalizzata, quella che trasforma l’eliminazione fisica di un uomo e di un leader politico in un “risultato” di un’operazione bellica. Una barbarie che trova conforto e legittimazione nella semplicità con cui media e commentatori politici danno per scontato il diritto di uccidere chi “disturba”.
Ma la storia non si ferma qui. E chi immagina che la rimozione di un vertice possa cambiare la natura profonda di un Paese o che l’Iran si spezzi in un giorno sbaglia di grosso. In realtà, la risposta iraniana è stata potente, deliberata e diretta non solo verso gli Stati Uniti e Israele, ma persino verso gli Stati del Golfo che ospitano basi e asset strategici statunitensi.
Missili e droni iraniani hanno colpito o causato esplosioni in più capitali del Golfo: Dubai negli Emirati Arabi Uniti, Doha in Qatar, Manama in Bahrain, oltre a intercettazioni in Kuwait e altri punti sensibili. Non si tratta più di un conflitto “Iran-contro-Israele”: è una guerra regionale aperta, con obiettivi iraniani che hanno incluso città del Golfo tradizionalmente percepite come “sicure” e neutre.
Questa escalation indica una strategia chiara: chi viene toccato, risponde direttamente, travalicando i confini nazionali e colpendo chiunque sia percepito come partner strategico dell’avversario. E se qualcuno pensa che colpire Dubai o Doha sia un gesto simbolico, sbaglia di grosso: colpire i Paesi del Golfo significa colpire i nervi sensibili dell’economia regionale, significa minare la percezione di sicurezza che ha reso questi Stati punti chiave dell’economia globale — turismo, finanza, energia.
La guerra si è trasformata in qualcosa di più profondo: non più solo risposta a un attacco, ma sfida aperta agli equilibri tradizionali del Medio Oriente.
E qui emerge un altro punto su cui bisogna riflettere: la reazione alla morte di un leader non può essere ridotta a grafici e previsioni petrolifere. Per l’Iran, e per milioni di persone che hanno vissuto decenni di scontro geopolitico, la morte di Khamenei non è solo un evento militare: assume connotazioni simboliche, culturali e ideologiche profonde. Una morte che molti in Iran possono vivere come martirio, secondo logiche di pensiero radicate e citate perfino da figure religiose come l’Ayatollah Morteza Motahhari, che considerano il martirio come un atto “più grande e sacro della vita stessa”.
“Il martirio è eroico e ammirevole perché è il risultato di un'azione volontaria, cosciente e disinteressata. È l'unico tipo di morte che è più alta, più grande e più sacra della vita stessa.”
Chi pensa di aver “risolto” un problema eliminando un leader si sbaglia: ha solo innescato una fase di conflitto più vasta, diretta sia contro attori statunitensi sia contro i loro alleati nel Golfo.
E in tutto questo, ciò che resta davvero preoccupante non è soltanto la guerra — ma la disinvolta accettazione della violenza come strumento legittimo di politica internazionale, senza alcun imbarazzo etico, senza nessuna riflessione morale profonda.
In una civiltà che vuole ancora chiamarsi tale, sarebbe ora di reimparare a distinguere tra la forza fine a sé stessa e la vera legge della convivenza tra i popoli.
Raimondo Schiavone












e poi scegli l'opzione