Blog di Raimondo Schiavone e amici

America’s Cup de noantri: 7 milioni per una veleggiata e l’onniscienza di Franco Cuccureddu

La chiamano America’s Cup, ma somiglia più a una regatina dimostrativa con pedigree gonfiato, un po’ come quando al torneo dell’oratorio arriva uno con la maglia del Real Madrid e pretende pure l’inno della Champions. In Sardegna sbarca così la “tappa” che tappa non è, ma costa come se lo fosse: 7 milioni di euro pubblici, senza sconti, senza saldi, senza neanche il buono fedeltà.
A raccontarcela è l’assessore Franco Cuccureddu, uomo di mare, di numeri, di visioni, di certezze granitiche. Uno che sa tutto. O almeno millanta con grande sicurezza, che in politica spesso è la stessa cosa.
Chiariamolo subito, per i non addetti ai lavori (cioè quasi tutti quelli che pagano): non siamo davanti alla vera America’s Cup, quella che muove flussi globali, sponsor planetari e copertura mediatica mondiale. Siamo davanti a una regata preliminare, una specie di riscaldamento muscolare per barche futuristiche e team iper-finanziati, che passano, provano, salutano e ripartono. Il tutto, però, pagato come un evento epocale, raccontato come se domani Cagliari dovesse diventare la Montecarlo del Mediterraneo e dopodomani la Silicon Valley della vela.
Secondo la narrazione ufficiale, da questi 7 milioni dovrebbero scaturire ricadute mirabolanti: decine di milioni di euro, turismo a pioggia, alberghi pieni, ristoranti in delirio, tassisti in estasi mistica. Peccato che i conti sembrino fatti col pallottoliere, quello di legno, con le palline colorate che scorrono a sentimento. Uno più uno fa tre, se serve. Se non basta, si aggiunge una pallina blu e via. Nessuna analisi indipendente davvero verificabile, nessun confronto serio costi-benefici: solo numeri declamati con tono professorale, come se bastasse alzare la voce per trasformare una previsione in un fatto.
Il cuore della faccenda è semplice: questa operazione profuma di sogno elitario, cucito su misura per pochi. Qualche fanatico della vela che conosce ogni sigla degli scafi; una manciata di addetti ai lavori; e soprattutto i mitici velisti della domenica. Quelli con la barca ormeggiata da anni, usata tre volte l’estate, che però davanti a un catamarano volante si emozionano come bambini al luna park. Quelli che ti spiegano la regata con aria grave, anche se poi il nodo più complesso che affrontano è quello della cima al pontile. Per loro l’evento è poesia. Per il resto dei sardi, è un conto da pagare.
Il modello è collaudato: i soldi sono pubblici, versati subito; l’organizzazione è privata; le garanzie… facoltative. Se tutto va bene, foto, comunicati, sorrisi istituzionali. Se qualcosa va storto, pazienza: il mare è imprevedibile, il vento cambia, la responsabilità evapora. Nel frattempo, l’assessore si muove come il comandante di una flotta immaginaria, dispensando certezze assolute, senza mai un dubbio, senza mai una domanda, senza mai un “forse”.
Il vero spettacolo, però, non è in mare. È a terra. È la presunzione di chi racconta l’operazione come inevitabile, geniale, indiscutibile. Chi prova a sollevare perplessità viene trattato come un gufo, un ignorante, uno che “non capisce il valore della vela”. Peccato che qui non si discuta di poesia marinaresca, ma di soldi pubblici. E quelli, a differenza delle barche, non volano.
Alla fine resta una sensazione netta: 7 milioni per una illusione patinata, per una non-tappa venduta come evento storico, per accontentare pochi appassionati e molti ego. La vera America’s Cup è un’altra cosa. Questa è l’America’s Cup versione “velisti della domenica”, con il megafono acceso, i conti creativi e la convinzione incrollabile che basti dirlo per renderlo vero. Le barche ripartono. Il conto resta. E purtroppo è reale.
Raimondo Schiavone 

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