Il ministro dell’Istruzione dell’Afghanistan ha annunciato che alle donne sarà vietato in via permanente frequentare la scuola. Permanente.
Non una misura temporanea.
Non una fase di transizione.
Non una deroga emergenziale.
Una cancellazione definitiva del futuro femminile.
Eppure non accade nulla.
Nessuna marcia “Afghanistan libero”.
Nessuna mobilitazione globale.
Nessuna campagna social con celebrità indignate.
Nessuna foto simbolicamente bruciata.
Nessun hashtag virale.
Solo silenzio.
Un silenzio assordante, che non è distrazione ma scelta. Perché il silenzio, in politica internazionale, è sempre una presa di posizione.
Qui non esistono zone grigie: alle donne viene negato il diritto primario alla conoscenza, la base di ogni libertà, l’origine di ogni autonomia. Senza istruzione non esiste emancipazione, non esiste lavoro, non esiste partecipazione. È una condanna civile a vita, decretata per legge e rivendicata apertamente dal regime dei Talebani.
E mentre tutto questo accade, il dibattito globale è altrove.
Mentre le ragazze afghane vengono cancellate dalle aule, tutti parlano dell’Iran", si riempiono la bocca di democrazia, diritti, libertà, con editoriali fotocopia e indignazioni a comando. Le parole scorrono veloci, i concetti diventano slogan, le analisi diventano tifo. Ma l’indignazione è selettiva: si concentra dove conviene, si spegne dove disturberebbe davvero le coscienze.
E allora la domanda è inevitabile: dove sono i paladini dei diritti umani a geometria variabile?
Dove sono gli editoriali furiosi?
Dove sono le piazze piene?
Dove sono i talk show indignati, i comunicati solenni, le prese di posizione urlate?
Le stesse piazze che si riempiono a comando oggi restano vuote. Le stesse coscienze che si accendono selettivamente oggi sono spente.
La verità è semplice e imbarazzante: l’Afghanistan non serve più alla narrazione dominante. Non è più utile, non produce consenso, non orienta alleanze, non giustifica sanzioni. È uscito dal perimetro dell’indignazione spendibile. E quando una tragedia non è funzionale, viene rimossa.
Questo non è realismo politico. È ipocrisia strutturale.
I diritti umani, così come vengono spesso raccontati, non sono universali: sono condizionati, negoziabili, intermittenti. Si difendono quando rafforzano una posizione geopolitica, si dimenticano quando disturbano equilibri già stabiliti.
Le donne afghane vengono colpite due volte.
La prima da un regime oscurantista che le cancella dalla società.
La seconda da una comunità internazionale che le cancella dal dibattito.
Non bastano i comunicati diplomatici scritti in linguaggio neutro. Non basta “monitorare la situazione”. Qui non c’è nulla da monitorare: la decisione è chiara, dichiarata, definitiva nelle intenzioni.
Il mondo che oggi tace sull’Afghanistan è lo stesso che domani tornerà a parlare di valori, libertà e democrazia, con tono solenne e memoria corta.
E le ragazze afghane, escluse dalle scuole, impareranno presto la lezione più amara:
la solidarietà internazionale non è un diritto.
È un privilegio.
E quando non servi più alla propaganda, puoi sparire. Anche se ti stanno rubando il futuro.
Raimondo Schiavone














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