Vent'anni di economia assistita, un PIL che regge grazie al pubblico e una classe dirigente che ha scambiato il rifiuto per una strategia.
Ventisettemilasettecento euro. È il PIL per abitante della Sardegna nel 2024. Nel Nord-ovest d'Italia sono quarantaseimilacento. Non è un divario. È un'altra economia.
Eppure l'Isola cresce. Nel 2025 il PIL sale tra lo 0,7 e l'1,1%, a seconda di chi misura. Dal 2019 la crescita è di circa il 10%. Basta? No. Tra il 2007 e il 2023 l'economia sarda ha fatto peggio della media italiana. Sedici anni. Un rimbalzo dopo sedici anni di debolezza non è un modello. È un sollievo.
Da dove nasce la ricchezza
Guardiamo la composizione. Non la propaganda.
Il terziario produce oltre l'80% del valore aggiunto. Sembra modernità. Non lo è. Dentro quel terziario la pubblica amministrazione pesa il 13%, il doppio dell'Italia. La sanità il 9%, contro il 6. Aggiungi istruzione e servizi non destinati al mercato: si supera il 32% del valore aggiunto, contro il 21% nazionale.
Un terzo. Un'economia in cui un terzo del valore nasce dal perimetro pubblico non è un'economia di mercato. È un'economia assistita.
Industria: non inesistente, residuale
La manifattura pesa il 6%. In Italia il 16. L'apparato industriale sardo non è nato dal mercato. È nato dai fondi pubblici del Piano di Rinascita, negli anni Sessanta e Settanta. Costruito dall'alto. Smontato dal basso.
Tra il 2008 e il 2013 la manifattura del Sulcis è crollata del 7,4% l'anno. Oggi cosa resta? Una raffineria, un po' di agroalimentare, un lattiero-caseario che dipende dal mercato americano per il 12% del fatturato. Con i dazi, il conto è arrivato.
Agricoltura: il doppio di poco
Pesa il 4% contro il 2 dell'Italia. Ma è il doppio di quasi niente. Nel 2000 il 9,3% degli occupati lavorava nei campi. Otto anni dopo, il 6,2. Il grano ha perso il 70% delle superfici dal 2008. Nell'agroalimentare l'export cresce poco e l'import vola. Un'isola che importa ciò che potrebbe produrre.
Turismo: sopra la media, sotto il potenziale
Qui serve precisione. Il turismo sardo non è sotto la media nazionale. È sopra. Vale tra l'8 e il 9% del PIL in senso stretto, oltre il 16% con l'indotto. L'Italia sta intorno al 12. Nel 2025: 5,1 milioni di arrivi, 21,8 milioni di presenze. Record.
Allora dov'è il problema? Nel rendimento. Ogni presenza genera 113 euro di valore aggiunto: meno della media nazionale, meno di quella del Sud. E quasi due presenze su tre si concentrano in tre mesi. Poi la serrata. Un turismo che riempie gli aerei e non le buste paga.
Perché le buste paga sono il vero indicatore. Tra il 2008 e il 2023 le retribuzioni reali sono calate del 15,2%. In Italia del 6,2. Il reddito pro capite è di 19.900 euro. L'età media dell'Isola è 49,2 anni. Un'isola che invecchia, guadagna meno e dipende dal pubblico. Non è un quadro. È una diagnosi.
Le scelte sbagliate
Chiamiamolo col suo nome: fallimento delle politiche di sviluppo. Oltre sessant'anni di interventi straordinari e una struttura produttiva che ancora non sta in piedi da sola.
E le scelte? Un lungo elenco di no.
Energia. Sole, vento, spazio. E il carbone: le centrali potranno restare disponibili fino al 2038. La Regione vara una moratoria: la Corte costituzionale la dichiara illegittima. Vara la legge sulle aree idonee: la Corte ne demolisce le parti decisive. Lo Stato risponde con una norma che individua in Sardegna circa 370mila ettari potenzialmente idonei. Intanto la dorsale del metano, 1,45 miliardi di costo stimato, divide un territorio dopo l'altro. Risultato? Né gas, né vento, né sole governati. Solo veti. E i veti si pagano.
Investimenti esterni. Cala Finanza: duecento milioni, un gruppo brasiliano, un resort davanti a un'area marina protetta. Comitati, quasi centomila firme, Regione contro Governo. Alla fine il progetto salta. Si può discutere se fosse giusto: area protetta, limite dei trecento metri, cinque sentenze della Consulta a difesa del Piano paesaggistico. Ma il punto non è Cala Finanza. Il punto è cosa accade quando ogni progetto diventa un caso e nessuno scrive una regola. Un investitore non chiede il sì. Chiede certezza. Quanto tempo, quali vincoli, quali costi. In Sardegna la certezza è l'unico prodotto che manca.
Il mondo corre altrove
L'IMF stima la crescita globale al 3,0% nel 2026 e al 3,4% nel 2027. Ma sotto la media si muovono i grandi flussi. I chip: oltre 1.500 miliardi di dollari nel 2026. L'energia: 3.400 miliardi di investimenti, di cui 2.200 in rinnovabili, nucleare, reti, accumuli ed elettrificazione. I servizi digitali: 5.260 miliardi di export nel 2025, più della metà dell'export mondiale di servizi.
Cosa c'entra la Sardegna? Più di quanto pensiamo.
Energia pulita, reti e accumuli. Il settore dove l'Isola ha la materia prima. E sceglie di litigare.
Infrastruttura digitale e data center. I cavi sottomarini approdano a Olbia e Golfo Aranci, con capacità oltre i 30 terabit al secondo. A Nuraxi Figus, nell'ex miniera del Sulcis, c'è il "Digital Vault": 1,49 miliardi, un data center fino a 30 MW, circa 400 posti a regime. Il via libera è arrivato con la procedura statale di preminente interesse strategico. Non da una strategia regionale.
Scienza e spazio. L'Einstein Telescope a Sos Enattos: circa 1,6 miliardi, dieci anni di lavori, decisione attesa nei primi mesi del 2027. Qui l'Isola ha detto sì. È il sì più credibile che abbia.
Materie prime critiche e riciclo. Il polo di Portovesme, progetto strategico europeo. Ancora in prefattibilità, rallentato da difficoltà normative e da un mercato instabile.
Servizi digitali. Con quella connettività l'Isola potrebbe esportare servizi, non solo formaggio. Non lo sta facendo.
Non siamo fermi ovunque. Ma dove ci muoviamo, ci muoviamo tardi, in ordine sparso e spesso dopo che Roma ha deciso.
Dire no è un errore
Dire no è facile. Costa zero. Porta l'applauso del giorno. Il conto arriva dopo: salari che scendono, giovani che partono, un'isola che invecchia.
Dire no a un resort in un'area protetta può essere giusto. Dire no a tutto, no. Ai capitali. Ai cantieri. All'energia. Alle miniere. Ai data center. E poi chiedere a Roma di compensare ciò che non produciamo. È coerenza? È dignità? Oppure è la forma più raffinata di dipendenza?
Una regione autonoma non è quella che può dire no. È quella che sa dire sì, a condizioni scritte prima e non improvvisate dopo. Il no serve quando serve, motivato e con una regola dietro.
Il resto è rinuncia. E la rinuncia, in economia, ha sempre un prezzo. La Sardegna lo paga da sedici anni.
Raimondo Schiavone














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