Forse una delle più sofisticate forme di violenza del nostro tempo non consiste nell’impedirci di essere felici, ma nell’obbligarci a sembrarlo.
Abbiamo costruito una società nella quale la felicità, da condizione intima, intermittente e perfino misteriosa dell’esistenza, è progressivamente diventata una prestazione sociale, qualcosa che deve essere mostrato, certificato, raccontato e possibilmente fotografato, quasi che il semplice fatto di vivere non fosse più sufficiente e occorresse continuamente dimostrare agli altri — e, in fondo, soprattutto a noi stessi — che quella vita possiede tutti i requisiti necessari per essere considerata riuscita.
Siamo circondati da esistenze apparentemente luminose. Viaggi, sorrisi, successi professionali, amori dichiarati eterni, corpi curati, tavole imbandite, tramonti, amicizie indissolubili. Una gigantesca rappresentazione collettiva nella quale ciascuno espone la propria felicità e, contemporaneamente, osserva quella degli altri, finendo inevitabilmente per misurare la propria vita reale con l'immagine accuratamente selezionata della vita altrui.
È probabilmente qui che nasce una delle più grandi ipocrisie contemporanee: abbiamo trasformato la felicità da possibilità dell’esistenza in dovere morale.
Bisogna essere positivi. Bisogna reagire. Bisogna guardare avanti. Bisogna circondarsi di persone che trasmettono «energia positiva». Persino il dolore deve essere rapidamente convertito in insegnamento, come se soffrire senza produrre immediatamente una morale edificante rappresentasse uno spreco, una colpa o, peggio ancora, una debolezza.
E invece esistono momenti nei quali non c’è nulla da imparare.
Esistono giorni nei quali siamo semplicemente tristi.
Ed essere tristi dovrebbe essere un diritto.
Un diritto elementare, quasi biologico, perché la tristezza non costituisce necessariamente il contrario della felicità, ma appartiene alla medesima complessità dell’essere vivi. Pretendere un’esistenza permanentemente felice significa immaginare un essere umano mutilato, privato proprio di quelle oscillazioni interiori attraverso le quali comprendiamo il valore delle persone, delle assenze, dei desideri, delle sconfitte e perfino del tempo.
La tristezza possiede inoltre una qualità che la felicità esibita raramente conosce: non ha bisogno di pubblico.
La felicità contemporanea sembra invece esistere pienamente soltanto quando viene osservata. Non basta vivere un momento bello: occorre comunicarlo. Non basta amare: bisogna raccontare quanto si ama. Non basta stare bene: bisogna produrre le prove del proprio benessere.
Ed è proprio in questa necessità compulsiva della testimonianza che la felicità rischia di perdere autenticità, perché quando un sentimento necessita continuamente dello sguardo altrui per confermare la propria esistenza, forse ha già smesso di essere soltanto un sentimento ed è diventato rappresentazione.
La tristezza, al contrario, ci sottrae spesso alla scena.
Ci costringe a frequentare quella parte di noi che non può essere trasformata facilmente in contenuto, quella zona silenziosa nella quale non siamo professionisti, genitori, compagni, personaggi pubblici, persone brillanti o individui socialmente riconoscibili, ma semplicemente esseri umani alle prese con la sproporzione fra ciò che desideravano e ciò che hanno trovato.
Forse è proprio questa sproporzione a renderci profondamente umani.
Non siamo tristi soltanto perché qualcosa è andato male. Talvolta siamo tristi perché comprendiamo che qualcosa è finito; perché una persona non è più quella che credevamo; perché noi stessi non siamo più quelli che eravamo; perché abbiamo raggiunto un traguardo scoprendo che non conteneva la felicità promessa; oppure perché, senza una ragione precisa, avvertiamo improvvisamente il peso del tempo e percepiamo che vivere significa anche perdere, scegliere, rinunciare, lasciare indietro infinite vite che avremmo potuto vivere.
Non tutto questo deve essere curato.
Non tutto deve essere corretto.
Non ogni malinconia rappresenta un guasto della macchina umana.
Esiste una tristezza che non domanda soluzioni, ma ascolto; che non pretende consolazione, ma tempo; che non desidera essere scacciata perché, per qualche ora o per qualche giorno, costituisce semplicemente il modo più sincero attraverso il quale riusciamo ad abitare noi stessi.
Abbiamo invece sviluppato una sorta di insofferenza collettiva nei confronti dell’infelicità altrui. La persona triste disturba perché incrina la scenografia generale, ricorda agli altri ciò che tutti conoscono ma preferiscono dimenticare: che nessuna vita è continuamente luminosa, nessun amore è continuamente appagante, nessun successo elimina definitivamente il vuoto e nessuna quantità di approvazione sociale può abolire quella solitudine fondamentale che accompagna, almeno in alcuni momenti, ogni essere umano.
Forse dovremmo allora smettere di domandarci continuamente se siamo felici.
È una domanda troppo assoluta per creature così contraddittorie.
Possiamo essere felici e inquieti, amati e soli, fortunati e malinconici, soddisfatti di ciò che abbiamo costruito e contemporaneamente nostalgici di ciò che abbiamo perduto. Possiamo ridere durante una giornata triste e piangere dentro una vita complessivamente felice.
L’essere umano non è un’equazione nella quale un sentimento elimina necessariamente il suo contrario.
Siamo, piuttosto, la loro complicata convivenza.
Ed è forse questa la libertà che dovremmo riconquistare: non il diritto all’infelicità come rinuncia alla vita, ma il diritto a non dover essere continuamente felici per dimostrare che la nostra vita possiede valore.
Perché qualche volta essere tristi non significa avere smesso di amare la vita.
Significa, molto più semplicemente e molto più profondamente, sentirla tutta.
Raimondo Schiavone















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