Una poltrona per due. È questo lo scenario che si apre nella sanità sarda dopo che la Corte Costituzionale ha fatto ciò che la politica aveva accuratamente evitato: spegnere la musica e lasciare tutti in piedi. La riforma che aveva consentito di azzerare una classe dirigente e sostituirla con commissari di fiducia è stata cancellata. Fine della favola. O forse no.
Perché ora i direttori rimossi bussano alle porte armati di sentenze, pronti a rientrare nei loro uffici. Peccato che, varcando la soglia, rischino di trovare qualcuno già seduto alla scrivania: i nuovi direttori in via di nomina. Una sovrapposizione degna di una commedia degli equivoci, con il rischio concreto che le ASL diventino luoghi di coabitazione forzata. Non per scelta, ma per pasticcio.
Il problema, però, non è solo amministrativo. Qui si gioca sul filo del rasoio del danno erariale. Perché quando gli atti vengono dichiarati illegittimi, qualcuno prima o poi presenta il conto. E non sempre paga l’ente: a volte paga la persona. La Corte dei Conti, si sa, non ha mai brillato per spirito di comprensione verso l’improvvisazione politica. E in questo scenario, più che una cronaca istituzionale, sembra davvero di sfogliare un romanzo a fumetti.
Ed è qui che entra in scena il personaggio più pittoresco: Mario Guerrini. Il giullare di corte. Quello che, anche davanti a una bocciatura solenne, continua a suonare il piffero e a raccontare che il problema sono sempre i fantasmi del passato. Fantasmi ovunque. Tranne dove sono state prese le decisioni che oggi producono macerie.
Guerrini non sa più dove sbattere la testa, ma resta fedele al copione: difendere l’indifendibile, minimizzare l’evidenza, trasformare una sentenza in un dettaglio tecnico e un disastro amministrativo in un complotto. È l’ultimo dei paladini di una linea politica che fa più danni di un’invasione di cavallette. Con una differenza sostanziale: le cavallette, prima o poi, se ne vanno o qualcuno è riuscito a debellarle. Il giullare no. Resta, applaude, si inchina.
Erano stati avvisati. Persino pezzi della stessa maggioranza avevano fiutato l’aria e si erano prudentemente sfilati da quella seduta. Ma niente: avanti tutta, come se le regole fossero un’opinione. Ora, però, il rischio è che qualcuno possa essere chiamato a rispondere personalmente di atti giudicati abusivi. Basterà un funzionario diligente, uno che legge le carte senza guardare le bandiere.
E qui arriva il colpo di scena finale, degno del miglior teatro dell’assurdo. Mentre in Sardegna si rischia di pagare di tasca propria, a Roma si lavora per cambiare le regole del gioco. Il referendum sulla giustizia voluto da Giorgia Meloni promette di mettere mano anche ai meccanismi di controllo e responsabilità, comprese le maglie – guarda caso – della Corte dei Conti. Tradotto: se il controllore fa paura, tanto vale limarne i denti.
Così il cerchio si chiude. Da una parte atti bocciati, dall’altra riforme che potrebbero “alleggerire” le conseguenze. E in mezzo il giullare di corte, pronto a sostenere con entusiasmo anche questa svolta, magari scoprendosi improvvisamente garantista, riformista, persino referendario.
Nel frattempo, mentre la sanità reale affonda tra carenze di personale e cittadini che rinunciano a curarsi, la politica gioca con le poltrone e qualcuno lavora per rendere meno salato il conto. Il giullare ride, applaude e guarda altrove. Perché il suo mestiere non è capire. È intrattenere la corte, anche quando il castello sta già bruciando.
Raimondo Schiavone















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