Blog di Raimondo Schiavone e amici

Un compagno vero: il silenzio su Franco Pintus e la memoria negata della Sardegna

In questi giorni fa notizia il pianto di Roberto Saviano. Un pianto vero, umano, comprensibile. Davanti alla condanna di un boss mafioso che lo minacciava, Saviano ha ceduto alla commozione. È un uomo che ha vissuto sotto scorta, protetto dallo Stato, e oggi, giustamente, vede arrivare una forma di giustizia. La mafia lo voleva morto. Lo Stato lo ha salvato. È giusto, ripeto, che sia così.

Ma c’è qualcosa che mi brucia dentro. E non è invidia né polemica. È dolore. È memoria. È verità taciuta. Perché mentre Saviano piange, io penso a un uomo che non ha potuto piangere. Perché è morto. Ucciso. Assassinato. In Sardegna. A Bari Sardo. Dove la mafia non si chiama con i nomi delle cosche famose, ma ha lo stesso odore di sangue, la stessa fame di potere, lo stesso disprezzo per chi si mette di traverso.

Penso a Franco Pintus.

Un compagno vero. Un militante vero. Un socialista senza compromessi, senza furbizie, senza strategie. Un uomo della terra, delle lotte sindacali, delle idee che si difendono anche da soli, anche quando sai che il vento ti soffia contro. Era dirigente della FLAI-CGIL, il sindacato dei lavoratori agricoli. Era segretario cittadino della Federazione Democratica, una sigla che oggi pochi ricordano ma che allora significava militanza, tensione morale, comunità.

Franco non scriveva libri, non andava in TV. Non aveva scorta. Ma aveva coraggio. E aveva nemici. Nemici veri. Potenti. Sordi. Sporchi. Aveva messo le mani in un sistema marcio di interessi, connivenze, abusi, che coinvolgeva la gestione del lavoro agricolo, le assunzioni stagionali, le terre, i contributi, i voti. Aveva disturbato gli equilibri locali, aveva puntato il dito dove nessuno voleva guardare. E l’hanno ammazzato.

Sì, ammazzato dalla mafia, anche se in Sardegna non si usa dirlo così. Si preferisce parlare di “faide”, di “vendette”, di “fatti locali”. E invece no. Era mafia. Era un sistema criminale che punisce chi dice no. Chi rompe il silenzio. Chi osa. E Franco Pintus osava. Lo ha pagato con la vita.

Oggi nessuno piange davanti a una sentenza per lui. Perché una vera sentenza non c’è mai stata. O meglio: c’è stata la rimozione, il silenzio, la polvere. C’è stato l’oblio. Anche da parte della politica, anche da parte di chi allora gli stava vicino e poi ha preferito dimenticare. Anche da parte dei suoi compagni di partito, alcuni dei quali hanno fatto carriere, cambiato casacca, preso distanze, come se Franco fosse solo un incidente scomodo.

Eppure, la memoria di Franco Pintus andrebbe gridata oggi più che mai. In un tempo in cui la parola “mafia” viene usata solo quando conviene, quando c’è da vendere un libro, quando c’è da fare un’intervista. Ma mafia è anche quella che uccide in silenzio, nelle campagne, nei paesi, negli angoli dimenticati d’Italia. Mafia è anche quella che ti condanna perché sei povero, perché sei solo, perché non hai protezioni.

Franco Pintus era un uomo giusto. Un uomo con pochi strumenti ma con dignità. Uno che credeva davvero nella giustizia sociale. E il suo sangue grida ancora vendetta. La Sardegna non ha mai fatto davvero i conti con questa storia. Non l’ha raccontata abbastanza. Non l’ha ricordata. Non ha fatto memoria.

E allora oggi, mentre vedo le lacrime di Saviano, penso che anche Franco avrebbe avuto diritto di piangere. Ma non ha potuto. Perché chi l’ha ucciso, voleva spegnere anche le sue lacrime. La memoria è il minimo che possiamo restituirgli. Il minimo.

Non dimentichiamo Franco Pintus.
Non lasciamo che Bari Sardo resti un buco nero di verità taciute.
Non permettiamo che la mafia vinca anche nel silenzio.

Raimondo Schiavone 

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