Nel 2018, quando osai mettere pubblicamente in discussione la narrativa ufficiale sull’attacco chimico di Duma, fui immediatamente inserito nella solita lista di proscrizione morale: complottista, filo-Assad, propagandista.
Era sufficiente fare una domanda per essere trasformati in nemici della verità ufficiale.
In quei giorni scrissi articoli, intervenni pubblicamente, affrontai il tema nel libro Syria. Quello che i media non dicono, scritto insieme al giornalista Alessandro Aramu, sostenendo una posizione molto semplice: pretendere verifiche indipendenti e rifiutare la trasformazione della propaganda in informazione.
Perché questo accadde davvero nel caso Duma: una ricostruzione immediata, granitica, imposta prima ancora che emergessero tutte le verifiche tecniche necessarie.
USA, Francia e Regno Unito usarono quel presunto attacco chimico per giustificare i bombardamenti contro la Siria di Assad. I media occidentali fecero il resto, trasformando dubbi e domande in eresie mediatiche.
Successivamente tornai sul tema anche nel libro Dentro la Siria, dove affrontai in maniera ancora più approfondita il ruolo della propaganda, della manipolazione narrativa e dell’uso geopolitico dell’informazione nella guerra siriana.
Oggi però succede qualcosa che molti fingono di non vedere.
Il caso degli ispettori Ian Henderson e Brendan Whelan, entrambi coinvolti nell’inchiesta OPCW su Duma, ha aperto una crepa enorme dentro quella narrazione costruita negli anni. Henderson contestò apertamente le conclusioni ufficiali dell’organizzazione, mettendo in discussione la dinamica del presunto attacco chimico e sostenendo che alcuni elementi tecnici fossero incompatibili con la versione diffusa pubblicamente. Whelan, a sua volta, denunciò irregolarità e pressioni interne nella gestione del dossier.
Oggi un tribunale internazionale ha stabilito che l’OPCW aveva sanzionato illegittimamente Brendan Whelan. Ma soprattutto, nel procedimento sono emersi elementi che confermano ciò che alcuni di noi denunciavano allora: dissensi interni soffocati, relazioni contestate, analisi scientifiche escluse dal rapporto finale.
Per anni ci hanno raccontato che tutto fosse chiaro, definitivo, incontestabile.
Non era vero.
E il punto centrale non è nemmeno stabilire oggi chi avesse ragione in assoluto sulla dinamica dell’episodio. Il punto è un altro, molto più grave: per anni è stato impedito perfino il diritto al dubbio.
Chiunque chiedesse prudenza veniva attaccato.
Chiunque ricordasse i precedenti storici delle guerre costruite sulle menzogne veniva isolato.
Chiunque non partecipasse alla liturgia atlantista veniva trattato come un propagandista.
Ricordo perfettamente il clima di quei giorni. Editorialisti trasformati in pubblici ministeri morali. Opinionisti convinti di possedere verità assolute mentre dentro gli stessi organismi internazionali esistevano discussioni, contrasti e dubbi tecnici.
Ed è esattamente questo che denunciavo allora: la guerra siriana era diventata il laboratorio perfetto della manipolazione mediatica contemporanea. Una narrazione costruita come una favola geopolitica elementare: da una parte il male assoluto, dall’altra il bene occidentale esportato con i missili.
Negli articoli pubblicati nell’area culturale del Centro Italo-Arabo e di Sponda Sud ho sostenuto una tesi precisa: la Siria non poteva essere raccontata attraverso slogan, immagini emotive e propaganda bellica mascherata da giornalismo.
Oggi molte di quelle domande considerate scandalose riemergono improvvisamente come temi legittimi di discussione.
Naturalmente nessuno chiederà scusa.
Nessun grande giornale titolerà che forse la vicenda Duma meritava maggiore prudenza.
Nessun professionista dell’indignazione permanente ammetterà che la Siria è stata uno dei più grandi fallimenti dell’informazione occidentale degli ultimi decenni.
Perché il vero problema non era Assad.
Il vero problema era impedire che qualcuno potesse dubitare della versione ufficiale.
Ed è questa la cosa più inquietante lasciata in eredità dal caso Duma: l’idea che fare domande sia diventato più pericoloso che raccontare menzogne.
Raimondo Schiavone















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