Ci sono momenti nella storia delle guerre in cui la retorica cade e resta soltanto la realtà nuda dei fatti. Uno di questi momenti sembra essere arrivato per Israele. Le indiscrezioni che circolano nelle ultime ore — la valutazione dell’opzione nucleare come estrema risposta militare — non sono il segnale di una forza assoluta, ma esattamente il contrario: il segnale di un sistema militare e politico che vede incrinarsi la propria supremazia strategica.
Per decenni Israele ha costruito la propria dottrina di sicurezza su un principio semplice: superiorità militare totale, deterrenza e capacità di colpire ovunque nel Medio Oriente senza pagare un prezzo reale sul proprio territorio. Quella dottrina oggi mostra crepe evidenti.
L’Iran, sottovalutato con una superficialità che oggi appare clamorosa, ha dimostrato una capacità missilistica molto più avanzata di quanto i vertici militari israeliani e i loro alleati occidentali fossero disposti ad ammettere pubblicamente. Negli ultimi giorni i sistemi di difesa israeliani, celebrati per anni come quasi infallibili, sono stati messi sotto una pressione senza precedenti. Missili che colpiscono infrastrutture, basi, città. Non simboli, ma bersagli concreti.
A questo si aggiunge il fronte libanese. Hezbollah, che molti analisti occidentali continuano a descrivere come una forza limitata e confinata, sta dimostrando sul terreno una capacità di logoramento che pesa sempre di più sulla fascia settentrionale di Israele. L’area di Haifa vive sotto una tensione costante. I razzi hanno una gittata inferiore rispetto all’arsenale iraniano, ma il loro effetto strategico è tutt’altro che marginale: saturazione, pressione continua, destabilizzazione.
È la classica dinamica delle guerre che cambiano equilibrio. Quando una potenza abituata alla superiorità assoluta si trova improvvisamente costretta a difendersi sul proprio territorio, la percezione della guerra cambia radicalmente.
E allora ecco affiorare l’ombra più pericolosa: il nucleare.
Israele non ha mai ufficialmente ammesso il proprio arsenale atomico, ma nessuno nel mondo nutre dubbi sulla sua esistenza. Per decenni è rimasto lo strumento della deterrenza estrema, una garanzia silenziosa che non sarebbe mai stata utilizzata se non in caso di minaccia esistenziale. Ma il semplice fatto che oggi si discuta della sua possibile attivazione apre uno scenario inquietante.
Perché quando uno Stato prende seriamente in considerazione l’arma nucleare significa che la guerra convenzionale non sta andando come previsto.
Significa che la strategia si sta sgretolando.
Significa che la promessa di invulnerabilità si sta dissolvendo.
La verità è che l’intero impianto di potere costruito da Israele negli ultimi decenni — basato sulla superiorità tecnologica, sull’appoggio politico e militare occidentale e sulla convinzione di poter colpire senza essere colpito — oggi viene messo in discussione da una realtà nuova: la capacità dei suoi avversari di portare la guerra dentro Israele.
Ed è qui che emerge il rischio più grande. Quando una potenza militare si sente messa alle strette, la tentazione di compiere un salto di livello diventa concreta. Non per vincere la guerra, ma per impedirne la sconfitta.
La storia insegna che questi sono i momenti più pericolosi.
Perché le guerre non diventano nucleari quando qualcuno si sente invincibile.
Diventano nucleari quando qualcuno inizia ad avere paura di perdere.
Raimondo Schiavone















e poi scegli l'opzione