Esiste un momento dell'esistenza che raramente viene raccontato, forse perché appartiene a quella categoria di esperienze che la società preferisce rimuovere: quelle che iniziano precisamente nel punto in cui, teoricamente, dovrebbe inaugurarsi la felicità.
Per gran parte della vita l'essere umano procede alimentato da una tensione costante verso ciò che ancora non possiede.
Corre.
Accumula.
Costruisce.
Consuma energie, tempo, relazioni e talvolta persino se stesso inseguendo una successione infinita di traguardi che, una volta raggiunti, manifestano la straordinaria capacità di trasformarsi immediatamente in qualcosa di insufficiente.
Viviamo così.
Convinti che il senso risieda sempre nel prossimo orizzonte.
Poi, qualche volta, accade.
Ti guardi attorno.
E scopri che molte delle montagne che avevi davanti sono ormai alle tue spalle.
Hai costruito.
Hai vinto alcune guerre.
Hai perso quelle necessarie a comprendere il peso delle vittorie.
Hai ottenuto riconoscimenti, posizioni, stabilità, esperienze.
Hai consumato abbastanza vita da non riuscire più a distinguere con chiarezza cosa manchi davvero.
Ed è lì che compare il paradosso.
Perché il problema non è ciò che non hai ottenuto.
Il problema sorge quando comprendi improvvisamente che non esiste più nulla che desideri con la stessa intensità di prima.
Ed allora si rivela una verità brutale.
La vetta è un luogo straordinariamente silenzioso.
Perché quando sei all'apice esiste una sola direzione geometricamente possibile.
Scendere.
Ed è lì che si ferma il treno.
Non perché finiscano i binari.
Non perché il mondo smetta di offrirti possibilità.
Si ferma qualcosa di più profondo.
La narrazione interiore che aveva sostenuto il movimento.
L'illusione che il significato della vita fosse costantemente situato qualche chilometro più avanti.
È un passaggio pericoloso.
Perché molti scambiano l'assenza del desiderio con la serenità.
Ma non sempre coincidono.
Talvolta è semplicemente vuoto.
E il vuoto possiede una caratteristica peculiare.
Non distrugge immediatamente.
Spegne lentamente.
È allora che si comprende forse la lezione più difficile.
Che il senso probabilmente non abitava nella destinazione.
Abitava nel rumore delle stazioni.
Nelle partenze.
Nelle attese.
Nelle persone incontrate lungo il percorso.
Nelle sconfitte.
Perfino nell'inquietudine di non essere ancora arrivati.
Perché forse l'essere umano non è stato costruito per abitare la cima.
È stato costruito per salire.
Ed allora, quando il treno si ferma davvero, restano soltanto due possibilità.
Rimanere seduto a contemplare il panorama mentre lentamente ogni cosa perde colore.
Oppure compiere il gesto più difficile di tutti.
Inventare una destinazione che non esisteva.
E ripartire.
Perché forse il segreto non consiste nel raggiungere i propri obiettivi.
Forse consiste nel non permettere mai all'ultimo obiettivo di esistere.
Raimondo Schiavone















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