Blog di Raimondo Schiavone e amici

QUANDO DIVENTI LA SOLUZIONE DI UNA GUERRA CHE NON È LA TUA. QUANDO ESISTI PERCHÉ UTILE

Nel teatro irregolare e sempre più opaco del confronto tra Stati Uniti, Israele e Iran, ciò che si consuma non è soltanto una contesa per il controllo delle risorse, per la deterrenza nucleare o per la supremazia regionale. Si assiste, piuttosto, a una metamorfosi più profonda: la progressiva riduzione di un soggetto politico a dispositivo funzionale all’interno di una grammatica strategica altrui.
L’Iran, in questa configurazione, non è più semplicemente un attore. È diventato un principio di utilità.
Per Washington rappresenta la figura necessaria del nemico, senza il quale l’architettura securitaria globale perderebbe coerenza e legittimazione. Per Tel Aviv incarna la minaccia permanente, il polo antagonista che giustifica una condizione di mobilitazione continua. Per una parte significativa del sistema occidentale, infine, costituisce la chiave narrativa che consente di tenere insieme politiche, alleanze, posture militari.
Non è tanto ciò che l’Iran è, dunque, ma ciò che consente.
In questo senso, lo Stretto di Hormuz non è semplicemente un passaggio geografico, ma un concetto. È il punto in cui la funzione si manifesta nella sua forma più pura: una soglia attraverso la quale transita non solo il petrolio, ma l’equilibrio stesso del sistema globale. Quando Teheran ne minaccia la chiusura o ne rivendica il controllo, non compie soltanto un gesto tattico; esplicita una verità ontologica: esiste perché è necessario.
E tuttavia, la necessità, nel linguaggio della guerra, è una condizione ambigua.
Ciò che è necessario è, al tempo stesso, esposto. Ciò che diventa funzione entra in una logica di sostituibilità, anche quando appare insostituibile. Perché la funzione non ha identità propria: è definita dall’utilità che esprime in un dato momento storico.
È qui che si colloca il passaggio più significativo.
Da soggetto dotato di autonomia a elemento inscritto in una strategia più ampia, che lo eccede e lo utilizza. L’Iran, progressivamente, smette di essere interlocutore per diventare variabile. E una variabile, per definizione, può essere modificata, ridotta, eliminata.
La pressione esercitata su infrastrutture, economia, stabilità interna non è soltanto un atto di ostilità: è un processo di riconfigurazione. Si tenta di riportare quella funzione entro limiti compatibili con un ordine desiderato, oppure di sostituirla con un’altra più gestibile.
Ma il paradosso è che questa trasformazione non è interamente subita.
L’Iran, in una misura non trascurabile, ha interiorizzato il proprio ruolo funzionale e lo ha radicalizzato. Ha scelto di abitare quella centralità, di amplificarla, di utilizzarla come leva. Ha compreso che, nel sistema contemporaneo, essere indispensabili può equivalere a essere intoccabili — almeno entro certi limiti.
È una strategia di auto-funzionalizzazione.
Diventare funzione per sottrarsi alla marginalità. Ma nel farlo, si accetta implicitamente la logica che definisce la funzione stessa: quella per cui il valore non è intrinseco, ma derivato.
E ogni valore derivato è contingente.
La linea di confine tra indispensabilità e sacrificabilità è, in questo quadro, estremamente sottile. Quando il costo della funzione supera il beneficio che produce, il sistema tende a sostituirla. Non per ostilità morale, ma per coerenza interna.
La guerra, allora, non è solo distruzione. È selezione delle funzioni.
E in questa selezione si rivela una struttura che non appartiene soltanto alla geopolitica, ma attraversa anche le relazioni umane.
Se un individuo esiste primariamente in quanto utile, la sua identità si riduce alla funzione che esercita.
Se l’identità si riduce alla funzione, diventa dipendente dal contesto che la richiede.
E ciò che dipende interamente da un contesto è, per definizione, sostituibile.
Il sillogismo è lineare, ma le sue implicazioni sono profonde.
Ciò che vale tra gli Stati vale, in forma diversa ma non meno reale, tra le persone:
quando l’esistenza viene giustificata dall’utilità, la scomparsa è già inscritta nella struttura stessa del rapporto.
Perché essere soluzione non è una forma di riconoscimento.
È una condizione temporanea, sospesa tra necessità e oblio.
Raimondo Schiavone 

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