Noi, che da più di trent’anni parliamo di Palestina quando nessuno vuole ascoltare. Noi, che abbiamo camminato nei campi profughi di Shatila e Yarmuk, visto bambini nascere e crescere in mezzo alle macerie, sentito la rabbia e la rassegnazione di intere generazioni senza patria. Noi, che abbiamo visto le lacrime di chi sa che la fuga è l’unica prospettiva possibile, e la libertà un miraggio.
Adesso, finita l’eco dei bombardamenti, anche l’indignazione scomparirà. Le piazze si svuoteranno, i cori si spegneranno, i volti contriti torneranno alle loro comodità. Gli stessi ipocriti che per qualche settimana si sono travestiti da rivoluzionari, turbati dal sangue dei bambini palestinesi — come se ci fosse una misura accettabile del dolore — torneranno a fare quello che sono sempre stati: filoamericani, globalisti, mercanti di libertà a orologeria.
Sono gli stessi che non hanno mai gridato per l’Iraq, per la Libia, per la Siria. Gli stessi che si stracciano le vesti per Gaza e intanto difendono gli eserciti che occupano, bombardano, umiliano. Sono gli stessi che tra un post e un corteo si fanno belli di una coscienza a noleggio, illudendosi di aver fatto la loro parte perché per un pomeriggio hanno sventolato una bandiera e gridato “Free Palestine”.
Ma la Palestina, domani, sarà ancora prigioniera. I giovani palestinesi saranno ancora senza futuro. Non ci sarà uno Stato, né diritti, né giustizia. Solo una tregua, un’altra, che servirà a chiudere le bocche e a riscrivere l’ipocrisia dell’Occidente.
E allora sì, torneremo ad essere pochi e soli. Ma almeno saremo veri. Perché la libertà della Palestina non è una moda, non è un hashtag, non è una piazza da riempire quando conviene. È una battaglia di vita, di dignità, di memoria.
E continueremo a combatterla, anche quando nessuno ci guarderà più.















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