Onore ai quindici italiani ancora trattenuti in Israele dopo il sequestro della flottiglia diretta verso Gaza.
Uomini e donne di coraggio, cittadini liberi, pacifisti, parlamentari e attivisti che hanno avuto l’unico “torto” di credere nella pace e nella giustizia, di voler rompere l’assedio criminale imposto da Israele al popolo palestinese.
Sono stati rapiti in acque internazionali, violando ogni principio del diritto marittimo e delle convenzioni internazionali. L’esercito israeliano li ha catturati come fossero nemici, li ha trattenuti come se fossero pericolosi terroristi, quando invece portavano — simbolicamente e moralmente — la voce di milioni di persone che nel mondo chiedono libertà per Gaza e fine del genocidio.
Questi quindici italiani hanno compiuto una scelta consapevole e nobile: non firmare la liberatoria che li avrebbe rimpatriati immediatamente, accettando invece di correre il rischio di un processo ingiusto in un Paese che da anni nega i principi fondamentali della democrazia.
Hanno scelto la via più difficile, quella della dignità, per denunciare l’arroganza di un sistema che si crede al di sopra delle leggi internazionali.
Il governo italiano, invece, ha preferito il silenzio.
Parole timide, toni diplomatici, nessuna presa di posizione chiara.
Eppure questi cittadini sono nostri concittadini, trattenuti illegalmente in uno Stato che non rispetta il diritto né la libertà di chi la pensa diversamente.
L’Italia deve pretendere il loro immediato rilascio, condannare apertamente la violenza di Israele e ricordare che nessuna alleanza politica o militare può giustificare la violazione dei diritti umani.
Chi oggi è detenuto nelle carceri israeliane non è un criminale.
Sono uomini e donne che hanno scelto la pace, la solidarietà e la verità, anche a costo della propria libertà.
Sono la coscienza viva di un Paese, il nostro, che spesso dimentica il valore della coerenza e del coraggio.
Onore a loro.
A chi ha scelto di rischiare tutto per difendere il diritto e la dignità del popolo palestinese.
A chi oggi resiste in silenzio dietro le sbarre di un regime che ha paura della verità.
Perché la storia, prima o poi, darà ragione a chi non si è piegato.















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