Poche figure del XX secolo hanno inciso sul mondo sciita con la profondità e la durata di Musa al-Sadr. La sua parabola è quella di un uomo capace di trasformare una comunità marginalizzata in un attore geopolitico centrale, e la cui scomparsa — più che chiudere una storia — ne ha amplificato il mito fino a renderlo una presenza costante nella coscienza sciita.
Nato il 4 giugno 1928 a Qom, nel cuore della formazione religiosa sciita, al-Sadr apparteneva alla prestigiosa famiglia al-Sadr del Jabal Amel, ramo dei Musawi che rivendica la discendenza diretta da Musa ibn Jaafar, il settimo imam. Una genealogia che nello sciismo non è solo simbolica ma fondativa di autorità: il turbante nero dei sayyid non è un ornamento, ma una dichiarazione di legittimità spirituale. Dopo la formazione teologica, completa gli studi anche in scienze politiche all’Università di Teheran nel 1956, segno di una visione già allora non confinata al solo ambito religioso. Quando nel 1960 si stabilisce a Tiro, trova una comunità sciita povera, marginale, quasi invisibile nel fragile equilibrio confessionale libanese.
Il Libano che incontra è dominato da un sistema in cui gli sciiti occupano l’ultimo gradino sociale. Al-Sadr rompe questa inerzia. Non lo fa con la sola predicazione, ma con una strategia che unisce religione, organizzazione sociale e rappresentanza politica. In pochi anni trasforma una comunità passiva in una comunità consapevole di sé. Il passaggio decisivo arriva nel 1974 con la fondazione della Harakat al-Mahrumin, il Movimento dei Diseredati, creato insieme al vescovo greco-cattolico Gregoire Hadad. Non è un dettaglio: al-Sadr costruisce un movimento che nasce sciita ma non è settario, aperto a tutti gli esclusi di un sistema economico e politico dominato dall’élite maronita.
In questa scelta si coglie la sua natura di intellettuale pubblico più che di semplice clerico. Per lui l’Islam è uno strumento di emancipazione sociale. Promuove alfabetizzazione, crea istituzioni, valorizza il ruolo delle donne nell’economia, immaginando una modernità islamica che non sia imitazione dell’Occidente ma sviluppo autonomo. È un riformatore, non un rivoluzionario.
Eppure, uno degli atti più incisivi della sua azione è una decisione teologica con effetti geopolitici di lungo periodo. Nel 1973, da capo dell’Alto Consiglio sciita libanese, emette una fatwa che riconosce gli alauiti — la minoranza a cui appartiene la famiglia di Hafez al-Assad — come parte dello sciismo. È una mossa che modifica equilibri profondi. Gli alauiti, tradizionalmente distanti dall’ortodossia islamica, vengono integrati nel mondo sciita, aprendo la strada a una convergenza strategica tra Damasco e Teheran che ancora oggi struttura l’asse geopolitico mediorientale. Non è solo religione: è architettura del potere.
Nel luglio 1975 al-Sadr compie un altro passo decisivo, dando vita alla prima milizia sciita libanese, quella che diventerà il movimento Amal Movement. L’obiettivo iniziale non è la guerra totale, ma la costruzione di una forza capace di garantire peso politico agli sciiti all’interno del sistema libanese. È una militarizzazione difensiva, pensata per negoziare, non per sovvertire.
Qui emerge la differenza con Ruhollah Khomeini. I due si conoscono, si osservano, ma rappresentano due visioni divergenti: al-Sadr lavora dentro il sistema, Khomeini vuole distruggerlo. E tuttavia le loro traiettorie si intrecciano. Molti militanti perseguitati dal SAVAK trovano rifugio nelle strutture di al-Sadr. Tra questi anche figure che diventeranno centrali nella nascita di Hezbollah.
Il legame tra al-Sadr e Hezbollah non è diretto, ma è strutturale. Quando scompare nel 1978, quattro anni prima della nascita ufficiale del Partito di Dio, lascia un vuoto che verrà colmato proprio dalla Rivoluzione iraniana. Hezbollah nasce da una scissione di Amal, guidata da Hussein al-Mussawi, e raccoglie quell’eredità organizzativa e sociale costruita negli anni precedenti.
Anche la traiettoria personale di Hassan Nasrallah è esemplare: a soli quindici anni entra in Amal, il movimento di al-Sadr. Quando la guida passa a Nabih Berri, più pragmatico e meno ideologico, le tensioni interne portano alla scissione. Nasrallah è tra coloro che abbandonano Amal per aderire al nuovo progetto di Hezbollah. Non è un passaggio casuale: è la dimostrazione che Hezbollah nasce dentro l’infrastruttura politica e sociale costruita da al-Sadr.
La sua impronta si ritrova infatti nell’enfasi sui servizi sociali, nella centralità della carità, nell’integrazione profonda con la società civile. Hezbollah non inventa questo modello, lo amplifica e lo sistematizza. Senza quella rete di consenso, senza quella coscienza collettiva, non avrebbe avuto terreno su cui radicarsi.
Poi c’è la scomparsa, il 31 agosto 1978, durante una visita in Libia da Muammar Gheddafi. Un evento mai chiarito del tutto, avvolto in una zona grigia che ha alimentato il mito. Al-Sadr diventa l’“imam scomparso”, una figura che nella sensibilità sciita richiama direttamente il tema dell’occultazione del dodicesimo imam. La sua assenza diventa presenza simbolica, la sua fine una moltiplicazione della sua influenza.
In fondo, Musa al-Sadr è il padre che non ha visto il figlio. Ha costruito l’architettura — sociale, religiosa, politica e militare — dentro cui Hezbollah è nato. Ha dato identità a una comunità, strumenti a un popolo, legittimità a un progetto. E proprio per questo la sua figura continua a muoversi, ancora oggi, dentro ogni equilibrio del Medio Oriente.
A margine di questa storia, quasi come una nota destinata a pochi ma non per questo meno significativa, resta il nome di Fausto Biefeni. Giornalista e studioso, dedicò un libro alla vicenda di al-Sadr, ricostruendone con rigore e passione il percorso umano e politico. Morì poco dopo averlo scritto. Come se anche lui, in qualche modo, fosse rimasto catturato nell’orbita di una storia che non smette di chiedere interpretazioni, e che continua — ostinatamente — a non chiudersi mai.
Raimondo Schiavone















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