Blog di Raimondo Schiavone e amici

Minneapolis: quando lo Stato scende in strada contro i suoi cittadini

Quello che sta accadendo a Minneapolis non è una semplice “operazione di ordine pubblico”. È il sintomo avanzato di una crisi democratica che negli Stati Uniti si trascina da anni e che oggi mostra il volto più inquietante: forze armate e di polizia con il volto coperto, reparti federali calati nei quartieri popolari, retate contro immigrati, uso massiccio della forza e un clima di guerra urbana che cancella il confine tra sicurezza e repressione.
Le immagini che circolano – agenti mascherati, targhe oscurate, arresti senza spiegazioni pubbliche immediate – non nascono nel vuoto. Arrivano dopo anni di militarizzazione delle città, di dotazioni belliche alle polizie locali, di leggi emergenziali che allargano i poteri federali. Minneapolis è diventata il laboratorio perfetto: una città simbolo delle proteste per i diritti civili, trasformata ora in un teatro di “normalizzazione” con metodi da stato d’eccezione.
Il bersaglio è chiaro. Immigrati, comunità razzializzate, poveri. Non perché “pericolosi”, ma perché inermi. Le operazioni legate all’Immigration and Customs Enforcement si intrecciano con interventi di forze federali e con il supporto della National Guard, creando una catena di comando opaca e una responsabilità politica diluita. Quando lo Stato agisce con il volto coperto, lo fa perché sa che sta violando un patto: quello con i cittadini.
Il punto non è l’ordine. È chi definisce il disordine. In un Paese dove il dissenso viene sempre più spesso equiparato a minaccia, la protesta diventa pretesto, il quartiere “sensibile” diventa zona militare, l’immigrato diventa nemico interno. È una grammatica del potere già vista: prima si delegittima, poi si isola, infine si reprime. E quando la forza viene usata contro chi abita e lavora lì, la democrazia smette di essere una pratica e resta solo uno slogan.
C’è anche una responsabilità politica più ampia. Le scelte federali degli ultimi anni – dall’inasprimento delle politiche migratorie alla retorica dell’“invasione” – hanno preparato il terreno. Non importa chi sieda alla Casa Bianca: questa traiettoria attraversa amministrazioni diverse e trova consenso trasversale quando si tratta di mostrare i muscoli. Ma la firma ideologica è riconoscibile: sicurezza come paura, controllo come spettacolo, forza come linguaggio. Un’impostazione che ha avuto il suo megafono più rumoroso nell’era di Donald Trump, ma che non si è mai davvero interrotta.
La domanda, allora, è semplice e scomoda: chi protegge chi? Se lo Stato scende in strada mascherato, se colpisce comunità già vulnerabili, se trasforma una città in un campo operativo, non sta proteggendo la convivenza civile. Sta addestrando l’opinione pubblica ad accettare l’eccezione come regola.
Minneapolis non è un caso isolato. È un segnale. E come tutti i segnali, chiede una risposta politica, non un’altra pattuglia. Perché quando la guerra entra nelle strade di casa, non è mai “per la sicurezza”. È contro la democrazia stessa.
Raimondo Schiavone 

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