Qual è la differenza tra Mario Guerrini e uno stalker? Nessuna. La sua carriera – se così possiamo chiamarla – si regge sull’ossessione di inseguire persone, raccontare falsità, godere delle disgrazie altrui. Un uomo che vive nell’ombra del male, che non costruisce nulla ma si nutre solo del piacere di distruggere. Non è giornalismo, è spazzatura tossica, veleno a buon mercato.
Guerrini è il classico uomo con la bava alla bocca, che sbraita come un cane rabbioso senza nemmeno avere la dignità di un cane: perché almeno i cani sanno amare, sanno essere fedeli, sanno dare calore. Lui no. Lui è la caricatura di se stesso, l’emblema della spregevolezza che si traveste da “opinione” per fare male, per colpire, per sporcare.
E allora viene naturale chiedersi: perché? La risposta è semplice e banale allo stesso tempo. Perché dietro quella tastiera non c’è un professionista, ma un uomo solo. Senza famiglia, senza amici, senza relazioni vere. E la solitudine quando si trasforma in rabbia diventa veleno. Guerrini vive di quel veleno. Vive di cattiveria.
Eppure i suoi scritti non sono solo il frutto di una rabbia personale: sono anche leccate di stivale, armi affilate per conto terzi, sputi lanciati al vento per compiacere qualcuno negli uffici di Gabinetto o in qualche consulenza stipendiata dalla giunta di turno. Perché i Guerrini non mordono mai per caso, non scrivono mai per puro spirito civico: lo fanno per servitù, per convenienza, per compiacere le “amichette” giuste.
Io stesso so bene cosa significa essere vittima di personaggi simili. Hanno provato a rovinarmi la vita con menzogne, con insinuazioni, con la violenza dei leoni da tastiera che si scatenano dietro i loro articoli. Ma non ci sono riusciti. E non ci riusciranno mai. Perché chi vive per demolire finisce sempre travolto dalle proprie macerie.
E allora, forse, è arrivato il momento di passare al contrattacco. Se Guerrini non ha più materiale, glielo daremo noi. Da queste pagine cominceremo a raccontare delle sue amichette, dei suoi rapporti negli uffici di Gabinetto, delle consulenze strapagate elargite a chi non ha né merito né valore. Così, mentre lui si diverte a fare il cane rabbioso, scopriremo che alla fine non è altro che un barboncino ammaestrato, tenuto al guinzaglio da chi sa come usarlo.
Perché sì, qualcuno Guerrini lo tiene a bada. Ma intanto lui continua a sbavare. E noi continueremo a ricordargli che, alla fine, resta solo quello che è sempre stato: un piccolo uomo con la bava alla bocca.
Raimondo Schiavone















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